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maggio 2009, Fiera del Libro di Torino

Simonetta Agnello Hornby
Intervista di Liana Mistretta

Nel suo ultimo romanzo Vento scomposto, l’ambientazione si sposta dalla Sicilia, protagonista dei suoi precedenti romanzi, alla Gran Bretagna. Come mai questa scelta?
Me lo chiedono tutti, io a dire il vero sono sorpresa che il mio primo libro mi sia venuto siciliano, vivo a Londra da 40 anni, nel mondo inglese, lavoro nel campo dei minori, però “La Mennulara” mi è venuta come mi è venuta e gli altri mi sono venuti per caso. Questo libro volevo scriverlo perché volevo dire al mondo quante ingiustizie ci sono nel mondo da parte della gente che lavora e crede di lavorare per il bene dei minori. A volte tutto diventa pazzo.

Quanto ha influito il suo lavoro, la sua esperienza professionale nella stesura del romanzo?
Io penso totalmente. I personaggi sono tutti inventati, però sono simili ad altri personaggi che io ho conosciuto. Ho distillato a volte due persone in una, oppure ho diviso una persona in due. Ma tutto quello che io ho scritto può essere avvenuto.

Lei si occupa di diritto di famiglia e di minori. Nell’introduzione del libro scrive una nota molto critica sul sistema legale inglese, in particolare su tutto quel che riguarda i minori. Ma cos’è che non funziona in Inghilterra?
Tante cose non funzionano. Prima di tutto ci sono state molte morti di bambini che erano stati affidati ai servizi sociali o erano sorvegliati o protetti dai servizi sociali. Da tutti questi scandali sono nate delle inchieste, le inchieste in Inghilterra sono costosissime, lunghe e in genere aiutano a scoprire quello che è avvenuto. Ma nel far questo è quasi essenziale che si distrugga il morale di una certa professione. Gli assistenti sociali sono stati criticati, sono stati schiacciati a volte da quello che si è scoperto a buon motivo. Era giusto che fossero criticati ma il risultato è stato che poca gente vuol fare questo lavoro. Chi lo fa a volte non è adatto a fare questo mestiere. I servizi sociali vengono pagati dai comuni e i comuni spesso usano il loro denaro in altro modo. Per cui, carenza di personale, carenza di denari significa che un servizio è incompleto. E perché è così capillare è completo. Quando una cosa non è completa cade, si rompe completamente. Da noi in Italia sono appunto più primitivi da un certo punto di vista, si spende di meno, però ora come ora regge meglio.

Allora come possiamo valutare, secondo lei, il sistema italiano messo a confronto con quello inglese?
Io credo che il sistema italiano abbia sempre guardato all’Inghilterra come un paese leader, io ho insegnato le belle cose del nostro sistema. Però il sistema italiano deve pensare di essere un sistema per gli italiani, con la nostra sensibilità e soprattutto con il nostro buon senso. Quando si perde il buon senso in tutte le questioni di esseri umani si sbaglia.

Tornando al libro, la storia riguarda l’abuso su un minore, su una bambina. Per indagare sul caso, entra in gioco tutta una serie di professionalità che trasforma la vita della famiglia protagonista in un incubo.
Letteralmente in un incubo. Noi in Inghilterra usiamo moltissimo i periti. In Italia il perito viene nominato dal tribunale, in Inghilterra sono le parti che lo scelgono, per cui in teoria ci possono essere tre psichiatri infantili su un bambino soltanto, se le parti scelgono degli psichiatri. Ed è una professione che io rispetto moltissimo come tutte le altre professioni, come rispetto i servizi sociali. Però con la psichiatria infantile in Inghilterra è avvenuto qualcosa di strano. Lo psichiatra ha un grande potere, si deferisce allo psichiatra, lo fa il giudice, lo fanno gli avvocati. Lo psichiatra ha tanto lavoro per cui vede la famiglia per un periodo limitato. E questo potere a volte nella persona sbagliata può diventare un abuso. La persona sbagliata che può essere anche uno bravo psichiatra, ma non è adatto oppure ha dei suoi problemi può raggiungere, come nel libro, delle conclusioni che non sono totalmente esatte.

La famiglia protagonista del romanzo è una famiglia agiata. Lei lavora con i minori ma in zone della città principalmente abitate da minoranze, da gente povera, come mai ha scelto una famiglia diversa, una famiglia ricca?
L’ho scelta perché è importante che noi sappiamo che l’abuso dei minori, l’abuso nella coppia, non avviene soltanto tra i poveri come si pensa. Anche nelle nostre famiglie queste cose capitano e capitano in tutte le razze, in tutte le nazioni. Io ricordo un cliente nigeriano che diceva da noi non c’è pedofilia. Si è sbagliato, c’è dovunque. Per questo ho scelto una famiglia agiata. L’ho scelta anche per fare vedere al lettore che con la ricchezza oggi, in Inghilterra, dove c’è l’assistenza legale gratuita e che tra l’altro è buona, anche in Inghilterra chi ha denari può abbreviare i tempi di un processo, può trovare gli esperti migliori, i periti migliori e dunque può vincere. Un povero, nei panni dei Pitt, che sono la coppia eroina del libro, avrebbe perso. Io non ce l’avrei fatta a farlo vincere.

In Vento scomposto, la madre della ragazzina abusata a un certo punto dice che non è possibile che questo sia capitato proprio a loro, e ripete di continuo che tutto va bene, che la figlia sta bene. Come valuta questo personaggio?
A me piacciono tutti i miei personaggi, anche i cattivi. Questa donna è una donna strana ed è molto simile a una cliente che avevo in un caso non dissimile. Una donna tranquilla che sembrava fredda. Amava le figlie ma sempre senza farlo vedere, e soprattutto era una donna testarda, in siciliano si direbbe cocciuta. Aveva raggiunto la conclusione che il marito, goffo così come lo conosceva lei nei rapporti intimi, pieno di sé, preso dal suo lavoro, con i complessi che aveva da un’infanzia in cui non era stato amato dalla madre non sarebbe stato capace di avere un rapporto fiduciario con un bambino. Per abusare un minore in genere il pedofilo deve avere la fiducia del bambino, il silenzio. Esiste anche il rapporto di violenza del padre padrone sui figli che non parlano perché hanno paura. Ma in genere soprattutto nei casi nelle famiglie borghesi, dei bambini che vanno a scuola, che hanno contatti con gli altri, l’abuso di questo tipo è basato sulla fiducia, sul segreto come gioco, perché poi diventa un gioco. Lei credeva che il marito non ne fosse capace. Lei conosceva anche cosa significa essere abusati perché un patrigno aveva cercato di toccarla, e credeva fondamentalmente che la figlia stesse bene, cosa che dicevano tutti e che il marito non potesse essere capace di fare quello. Questo l’ha distrutta da un certo punto di vista, da un punto di vista legale, perché nessun servizio sociale le avrebbe permesso di tenere le figlie anche da sola, proprio per questo negare la possibilità., cosa che crea dei dubbi morali enormi e io personalmente, io Simonetta, credo che spingiamo troppo gli esseri umani ad avere delle posizioni ferme. Io rispetto immensamente un coniuge che non riesce ad accettare il sospetto, la possibilità che l’altro coniuge abbia danneggiato un figlio, quando questo bambino sta bene. Farebbe meglio se lo concedesse, non c’è dubbio, ma castigare questa persona che è un buon genitore a non avere i figli, a strapparglieli, mi sembra veramente un eccesso, una crudeltà.

E la figura dell’avvocato? I Pitt, benestanti, residenti nel lussuoso quartiere di Kensington scelgono di farsi difendere da Steve Booth, che invece ha il suo studio in un quartiere povero, Brixton.
Io lavoro a Brixton che è una zona povera, la maggior parte dei miei clienti è pagata dallo stato. I poveri, spesso sono gente che gli altri avvocati non vogliono tutelare appunto per l’accusa. Però ho anche dei clienti ricchi, anzi ricchissimi perché mi faccio pagare cara da chi può pagare e questi clienti ricchi in realtà, vengono scontenti da me, perché il mio studio non è bello e perché li tratto come gli atri. Però diciamo che conosco il mio lavoro per cui o vogliono o non vogliono devono venire da me.

E qual è il ruolo della scuola? Nel libro il sospetto viene sollevato dalla maestra, e questo succede spesso nella realtà, sono tanti i casi di cronaca in Italia che vedono la scuola protagonista, quanto conta il ruolo della scuola?
La scuola nella vita dei bambini conta moltissimo e nel libro conta molto perché la maestra d’asilo è quella che non solo lancia i sospetti ma fa delle accuse vaghe che però vengono ascoltate, che però portano finalmente al processo legale. Leggevo di recente il caso di una scuola in Italia in cui queste accuse dei genitori non sono state seguite. In Inghilterra un’accusa viene presa sul serio subito, se viene da una maestra ancora di più. E lì abbiamo la situazione di gente che lavora in questo campo con una sua agenda. Spesso chi lavora con i bambini maltrattati, o con i bambini, o gli avvocati come me, hanno una storia dietro di loro, lo fanno come catarsi. Altri lo fanno perché sono viziosi, abbiamo una gran quantità di pedofili tra gli insegnanti, tra gli assistenti sociali, è ovvio, è facile per loro. E’ difficile togliere questo bagaglio e lavorare con ogni cliente per com’è.

Nel libro vi sono due diverse Londra: la Londra borghese, bella, ricca, e la Londra povera, degradata. Lei conosce entrambe queste realtà, c’è integrazione nella capitale britannica?
L’Inghilterra è integrata, al confronto con l’Italia è integratissima. Quando io sono andata in Inghilterra 30 anni fa non c’era questa integrazione. Ora è successo un miracolo in Inghilterra, anche con cose che a me non piacciono. Per esempio a me la political corretness non piace, essere costretto a dire che io non voglio il caffè nero, devo dire il caffè senza latte, questa è una stupidaggine, però dalle stupidaggini si passa poi alle cose più importanti, a Londra più che altro si tratta il nero, lo straniero come se fosse uno di noi. Ma questo è il miracolo di Londra, una città che io adoro, che è bellissima e lo sappiamo tutti, in cui si vive bene e in cui diventiamo tutti londinesi. Nel mio studio c’erano tanti impiegati, segretarie e ragazzi d’ufficio neri. Quando l’ho ceduto ai miei soci, nel 2000, erano 3 di colore e una bianca, i soci.

I suoi precedenti romanzi: La mennulara, La zia marchesa, Boccamurata…lei ha iniziato a scrivere tardi, il suo primo romanzo viene pubblicato nel 2002. Cosa l’ha spinta a scrivere e come mai ha iniziato dalla Sicilia?
Non lo so cosa mi ha spinto a scrivere, in realtà la noia, perché io aspettavo un aereo a Fiumicino e non avevo niente da fare, per cui la noia mi ha spinto a scrivere. Mi è venuta questa storia come un film bellissimo, mi è piaciuta tanto che ho detto: deve essere un film, e per essere un film devo scriverla e l’ho scritta. E dopo averlo scritta, dopo un anno, mi ero data un anno per scriverla, ed è stato difficile perché lavoravo, ho dovuto trovare un editore. L’ho trovato in sei settimane e sono stata fortunata, era Feltrinelli, doppia fortuna, i diritti sono stati venduti e speriamo che si faccia il film, per cui è stato un caso, Gli altri libri, La zia Marchesa mi è venuta dopo che avevo scritto La Mennulara, prima che avessi dato il manoscritto ad altri. Il manoscritto non era completo e mi diceva scrivimi, scrivimi perché era un’offesa nei confronti di una mia antenata sia da parte della mia famiglia, da casa Agnello, che dai Pirandello, perciò dovevo metterla a posto. Scrivere è bellissimo, è molto faticoso il lavoro dello scrittore, viaggiare, allontanarsi da casa, è un lavoro faticoso e non me l’aspettavo, ma forse faticoso perché ho avuto successo e non dovrei lamentarmi.

Nei suoi romanzi sono tanti i personaggi femminili. Da dove trae ispirazione?
A me le idee vengono, io non faccio libri a tavolino, mi spuntano, oppure mi seggo qui e dico che voglio scrivere un libro su una giornalista palermitana che ha vissuto a Londra…za za za e mi viene!

E la Sicilia?
La Sicilia è il mio paese, io sono anche inglese ma siciliana prima. Io vivrei bene ovunque, ma quello che mi manca è Monte Pellegrino. Se io non vedo Monte Pellegrino una volta l’anno sto male, proprio male, fisicamente.

Il suo personaggio preferito tra quelli femminili dei suoi romanzi? Preferito?
Forse Rachele di Boccamurata. Questa donna che ha cambiato la sua personalità per vivere con l’uomo che ama e vicino al figlio, che non saprà mai che lei è sua madre.

Due dei suoi romanzi ambientati in Sicilia, sono ambientati in una Sicilia dei tempi passati. Come vede invece la Sicilia di oggi?
Con tristezza. Negli ultimi due tre anni, io ho visto una gran confusione in noi siciliani di tutte le età, una strana confusione tra il giusto e lo sbagliato. Noi siciliani abbiamo sempre saputo quel che è giusto e quel che è sbagliato, se facevamo una cosa sbagliata sapevamo che era sbagliata e si doveva fare. Ora in realtà la divisione tra questo non esiste più. Siamo confusi. In inglese c’è una frase terribile che dice: uno corre in un pollaio come dei polli senza testa, i famosi headless chickens, e mi sembra che siamo così. Poi vedo l’Italia e dico forse siamo tutti gli italiani così.

E Palermo? Come vede Palermo?
Io l’adoro. Sporca, puzzolente, con un’amministrazione comunale che ci lascia le buche per le strade, tutte le porcherie dei cani, ma mi piace, Palermo io l’adoro.


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