2008, Udine
Adonis:
Intervista di Zouhir Louassini
In Italia e in Occidente in generale esiste l’idea che il vero problema nel mondo arabo è la sua incapacità di adattarsi alla modernità?
In realtà gli arabi hanno già conosciuto la modernità verso il nono secolo quando hanno iniziato a cercare le vie che permettevano di separare la religione dalla politica. Filosofi e poeti arabi insistevano sul fatto che fosse quasi impossibile la convergenza tra religione e politica. Al Asma’i per esempio sottolineava come tutto quello che non ha a che vedere con la spiritualità pura può corrompere la religione. Al Maari, invece, diceva che due tipi di persone appartengono al mondo terreno: una sensata ma senza spirito religioso e una molto religiosa ma senza cervello. La modernità era solo lo specchio di una società che aveva superato la fase beduina per abbracciare una logica urbana. Il grande poeta abbasside Abu Nuass dichiarava con tutta chiarezza che la sua religione era affar suo e che gli altri sono liberi di credere in quello che vogliono. La religione era già allora un’esperienza individuale come succede oggi in Europa. Con la caduta di Baghdad verso il XIII secolo è iniziata la decadenza della cultura araba o meglio è iniziata la decadenza della sua modernità, decadenza che continua fino oggi. La nostra crisi, come mondo arabo, è semplicemente la crisi della modernità. Il contatto con l’Occidente è avvenuto attraverso la colonizzazione che ha portato la nostra regione a dover affrontare nuove problematiche. Quest'ultime, a loro volta, hanno portato gli arabi a cercare nuove risposte che non scaturiscano però da una di queste due vie: la memoria, nel suo significato negativo, cioè un ritorno verso le “radici”, o una imitazione cieca dell' Occidente stesso. Noi arabi ci siamo persi tra questa memoria tradizionalista che si orienta verso la religione e la presenza occidentale che non riusciamo ad assimilare bene…
Sappiamo che nel mondo arabo esiste un dibattito acceso su tutte le problematiche relazionate alla libertà di stampa, la democrazia, i diritti umani, etc. Perché questo dibattito non arriva all’Occidente?
Fino a poco tempo fa, l'Occidente aveva un unico approccio al mondo arabo, quello antropologico. L’Occidente ci analizzava come dei popoli arretrati. Questa visione, credo, è cambiata da poco. La presenza della letteratura, dell’arte e di tutta la creazione araba in Occidente ha aiutato a cambiare lo sguardo negativo che esisteva. O meglio, l’ha cambiato negli ambienti intellettuali e delle elite non tra le masse che continuano a consolidare quell’immagine stereotipata che vuole l’arabo come sinonimo di violenza e terrorismo. Comunque se gli arabi vogliono seriamente cambiare questa immagine devono lavorare dall’interno dei loro paesi, cambiare i regimi dittatoriali, creare istituzioni democratiche, cioè devono permettere che si formi una società civile e soprattutto che si rispettino veramente i diritti umani. Un altro elemento da prendere in considerazione è che l'apporto e la partecipazione degli arabi al mondo moderno avvengono in quanto comunità che consuma. Noi non produciamo quasi niente. Solo la nostra presenza creativa e produttiva ci porterà il rispetto e la stima nel mondo. Certo, ci sono arabi che producono e creano, ma sono solo esperienze individuali che non possono essere rappresentative quando si parla dello stato di decadenza dei nostri paesi.
Non ha l’impressione che l’intellettuale arabo si perda molte volte in discorsi secondari e non cerchi di lavorare per un vero cambiamento culturale?
L’intellettuale arabo non ha quasi nessun ruolo in questo momento. È la società che deve assegnare a questo intellettuale un ruolo ben preciso. Le nostre società non danno ascolto al poeta, al creatore, all’artista e così via, non accettano il suo intento di cercare liberamente, e sottolineo liberamente, la verità. Per questo essere intellettuale nelle nostre società diventa una specie di mansione amministrativa. L’intellettuale diventa un funzionario come qualsiasi altro, perdendo perciò il suo ruolo nella società. D'altra parte, a causa dei problemi che ho indicato prima, l’intellettuale arabo è diventato schizofrenico, è una personalità completamente alienata dalla realtà; parla di democrazia, libertà e diritti umani ma solo a livello teorico. Non riesce a fare arrivare la sua voce perché le nostre società si basano su rapporti tribali. Non esiste una società civile. Tutto si fa all'interno del gruppo familiare e così non esistono nemmeno elementi che permettono di cambiare la struttura sociale, cosa che è alla base di ogni vero cambiamento. L’intellettuale, in questo caso, lotta tra due mondi: quello teorico in cui lui crede e quello reale che sta ad anni luce dalla modernità. Non solo, ma in alcuni casi siamo veramente davanti a contraddizioni frustranti: ci sono intellettuali che fuori difendono la libertà ma applicano ogni tipo di tirannia all'interno delle loro case con le loro mogli o con i loro figli. Questo li porta, in molti casi, a perdere ogni credibilità.
In un momento buio come quello in cui viviamo, che ruolo può avere la poesia?
Credo che la poesia abbia un gran ruolo nel cambiamento delle società, non è un ruolo pratico, nel senso che non è la poesia che cambierà il mondo, ma può aiutare l’essere umano a trovare le strade giuste per farlo. La poesia è come l’amore, e che cosa fa l’amore? Rinnova sempre i sentimenti delle persone, dà nuove energie e apre orizzonti verso la bellezza della vita. Sembra una luce che illumina la nostra strada verso l’incognito. L’amore, come la poesia, è come uno spazio aperto: mano a mano che lo vai scoprendo cresci, maturi, gioisci, sperimenti la felicità. Questo accade a livello individuale, da una parte; dall’altra invece, la poesia diventa indispensabile quando la scienza o la filosofia non offrono risposte al mistero della vita. In quel momento la poesia, come l’amore, si converte nell’unico mezzo capace di parlarti, di dialogare con la tua anima.
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