Maggio 2006,
Udine
Ryszard Kapuscinski
di Luciano Minerva
Siamo davanti a una macchina
di un’epoca
ormai passata. Come il cambiamento delle tecnologie ha cambiato
il modo di raccontare e di scrivere?
Ho iniziato il mio lavoro di giornalista proprio quando questa
macchina, la linotype, era il maggiore strumento per trasformare
le parole scritte a mano in stampa, per i giornali o per i libri.
Da allora, anche se non è passato poi tanto tempo, perché questa
macchina veniva usata ancora 20 anni fa, abbiamo vissuto - proprio
negli ultimi 20 anni - un'incredibile rivoluzione tecnologica
in tutti i mezzi di comunicazione. Quindi questa macchina, la
linotype, è scomparsa completamente. È scomparsa
anche un'altra macchina che era uno strumento delle telecomunicazioni
a lunga distanza, il telex. Ora questo tipo di macchine si possono
trovare solo nei musei. Tutto si è accelerato. È questo
il significato principale di questa rivoluzione: l'accelerazione,
la velocità, la crescente velocità del modo di
comunicare le notizie da una parte del pianeta all'altra, da
un paese all'altro. Gli strumenti che utilizziamo oggi, e in
particolare internet o il fax, sono completamente diversi e un
giornalista adesso può muoversi da un posto all'altro
portando con sé tutti i mezzi di comunicazione e di trasmissione
di informazioni. Questo in passato era impossibile. La stampa
e il reportage diventano così molto più semplici
e più rapidi. Questo è il senso di
questa rivoluzione tecnologica, delle comunicazioni e questa rivoluzione virtuale
che stiamo vivendo oggi.
Il suo connazionale e compagno di studi Zygmunt
Bauman ha introdotto una lettura del mondo attuale come di un mondo
basato sulla liquidità anziché sulla
solidità, e questo vale anche per l’informazione;
sembra esserne una dimostrazione la stessa linotype che abbiamo
davanti, una macchina solida, pesante, superata dal tempo, che
oggi è sostituita da computer leggerissimi. Lei è d’accordo
con questa teoria?
È un'osservazione molto profonda e molto importante,
perché ci pone il problema della caratteristica principale
dell’attuale stadio dello sviluppo umano: il mondo dei
nostri antenati che garantiva almeno in parte una certa stabilità e
in cui l'uomo riusciva ad orientarsi e a capire dov’era
e dove stava andando. Oggi viviamo in un mondo molto fluttuante
e in costante movimento, un mondo flessibile. È questa
la differenza e l'uomo contemporaneo si trova ad affrontare grandi
problemi relativi alla propria identità, ai propri sentimenti,
anche quelli più solidi e sicuri, perché in un
mondo come questo, che si muove costantemente in ogni direzione,
non ci sentiamo sicuri, non sappiamo dove stiamo andando noi
e dove stanno andando gli altri. Questa nuova flessibilità è quindi
simile alla liquidità, ci pone di fronte a grandi cambiamenti
e noi stiamo cercando dei nuovi strumenti per capire questo mondo
e trovare una nuova formula per la nostra identità e stabilità.
Non è semplice e richiederà gran parte del ventunesimo
secolo.
“Conoscere il mondo – lei scrive - richiede uno
sforzo che assorbe tutte le facoltà dell'uomo. La maggior
parte della gente sviluppa piuttosto le facoltà opposte,
la capacità di guardare senza vedere e di sentire senza
ascoltare.” Come ha imparato lei a osservare e ad ascoltare?
Credo che per la nostra professione la cosa più importante
sia guardare, ascoltare e poi cercare di capire. È una
capacità speciale che si deve tenere in costante allenamento
per migliorarla e per imparare di più, perché questa è la
nostra vera fonte di informazioni, non ne abbiamo altre. Naturalmente
possiamo leggere dei libri, ma a loro volta quelli che scrivono
i libri devono avere questa capacità. Non si tratta quindi
di una capacità che si possiede dalla nascita, ma l'elemento
fondamentale per accrescerla è la curiosità verso
il mondo e verso il prossimo. Se siamo veramente interessati
al mondo, allora riusciamo anche a capire veramente gli altri
e a concentrare tutte le nostre forze sulla capacità di
guardare e comprendere. La risposta quindi non è di natura
biologica, ma risiede piuttosto nel nostro approccio psicologico
verso gli altri e verso il mondo. Se vuoi davvero sapere e conoscere,
allora poni la massima attenzione e sei veramente concentrato
quando leggi, quando guardi, quando viaggi, perché sai
che non sono le cose a venire da te ma sei tu che devi andare
da loro per scoprirle.
Lei ha sempre condiviso, nella vita quotidiana, nella
scelta dei luoghi e delle case in cui vivere, le condizioni
di vita
di coloro di cui ha scritto, in Africa e negli altri posti. Lo
scrittore Kapuscinski è lo stesso bambino che a nove anni
non aveva ancora i soldi per comprarsi le scarpe e doveva vendere
saponette per poterlo fare?
È stato Freud a scoprire che le esperienze dell'infanzia
lasciano sempre una traccia sul carattere e quella traccia dura
per tutta la vita. Nel mio caso sono nato in una parte molto
povera dell'Europa e gli anni della mia infanzia erano anni di
povertà, non c'era cibo, non c'erano vestiti buoni. Poi
ho cominciato a viaggiare per il mondo e quando sono andato in
Africa mi sono sentito quasi a casa. La differenza era che casa
mia era molto fredda e lì invece faceva molto caldo, ma
la povertà era la stessa. Ho visto persone andare in giro
scalze e altre che avevano un solo vestito. Vivevo in villaggi
dove non c'era cibo, iniziava la giornata, ma la gente non mangiava
nulla e andava al lavoro affamata. Non mangiavano niente fino
alle 6 del pomeriggio quando era ora di cena. Sono gli stessi
ricordi della mia infanzia. Con queste sensazioni in testa mi
sono reso conto che la povertà fa parte della vita umana
e purtroppo è una parte che non si può cambiare.
Ci sono ancora milioni e milioni di persone che hanno una quantità limitata
di cibo, che non hanno abbastanza vestiti, che non hanno una
casa. A me appartengono quelle situazioni, mentre non mi sento
molto a mio agio negli hotel di lusso a cinque stelle perché per
me l'ambiente… sì, è molto elegante, ma mi è estraneo,
non è il mio. Nel villaggio africano invece mi sento bene.
Lei scrive che le lingue europee non sono in grado di
raccontare realtà lontane dall’Europa, come l’Africa.
Questo vale anche per la sua lingua, il polacco.
Sì, penso che la nostra lingua abbia gli stessi problemi
dell'italiano, del francese o delle altre lingue europee. La
nostra cultura, quella europea, è più o meno la
stessa, mentre quella africana, quella cinese o quella indiana
sono altre culture e la lingua fa parte della cultura. Quando
si ha a che fare con una cultura diversa si ha una lingua diversa
e nel caso dell'Africa scrivere in polacco non mi ha aiutato
affatto: è lo stesso grande problema perché ci
sono molti elementi della natura, della cultura che non hanno
equivalenti per noi. Nella foresta tropicale del Congo ci sono
alberi che in altre zone climatiche non esistono e nella nostra
lingua non sono state create parole per descriverli. Io ho grossi
problemi a descrivere la giungla del Congo, perché non
c'è corrispondenza, non importa se usiamo l'inglese, l'italiano
o il polacco: è un problema culturale, perché non
abbiamo questi oggetti, quindi la scrittura che descrive altre
realtà e altre culture è sempre e solo un'approssimazione.
Facciamo del nostro meglio, ma dobbiamo essere umili e comprendere
che possiamo trasmettere solo una parte della realtà,
non l'intera realtà. Ma è importante riflettere
su questo perché serve a costruire il ponte della comprensione.
E anche se quei ponti non sono ideali, sono comunque importanti
per l'essere umano e per la società umana e per la famiglia
umana.
In un suo libro dedicato all’Africa, “Ebano”,
una donna l’avvicina e per far capire che è polacca,
le si rivolge con i versi del vostro poeta Leopold Staff. È una
delle poche tracce sulla poesia che si trovano nei suoi libri.
Fino all’ultimo, Taccuino d’appunti, che invece è un
libro di poesie. Cosa rappresenta questo passaggio?
La poesia ha sempre fatto parte della mia vita. È vero,
ho pubblicato recentemente un libro di poesie, ma sono poesie
che ho scritto nel corso degli anni. Non ho scritto molte poesie
ma l'ho fatto di volta in volta e in particolare in due tipi
di situazioni: prima di tutto devo essere dell'umore giusto per
scrivere una poesia, non dipende sempre da me, l'ispirazione
arriva improvvisamente ma non succede molto spesso. Poi c'è un'altra
condizione: ci sono cose che non possono essere espresse attraverso
la prosa e che riguardano ad esempio il mio stato d'animo, quello
di altre persone o l'atmosfera in generale, i sentimenti. Queste
sono tutte cose che non si riescono ad esprimere attraverso la
prosa e che sono materiale per la poesia. Questo è il
momento in cui scrivo le poesie, ma per me la poesia è importante
soprattutto perché è un laboratorio sul linguaggio.
Per scrivere una poesia è necessario concentrarsi molto
sul linguaggio, sulle parole, sulle metafore sulle immagini che
usi. E questo mi aiuta molto anche quando scrivo in prosa, quando
scrivo reportage. Credo quindi che la combinazione di tutti questi
elementi contribuisca a migliorare la qualità e la precisione
dell'espressione.
In una delle sue poesie lei parla dell’esperienza della
radice e l’ultimo verso è “la vita è penetrando
nel profondo”. Copme è possibile penetrare nel profondo
nel mondo dell’informazione di oggi?
È sempre più difficile perché l'informazione è molto
rapida e abbondante ma é superficiale a causa della velocità,
della competizione. Ogni "azienda" cerca di dare l'informazione
prima possibile ma in modo molto superficiale. Non importa la
profondità, il senso profondo. Questo è il problema.
Ma alcuni giornali, alcune radio e tv cercano di opporsi a questa
tendenza, cercano di dare più spazio alla riflessione,
alle sensazioni, al contesto. Non è facile ma è molto
importante continuare in questo sforzo, perché la gente
oggi riceve molta informazione superficiale che non può capire
e a cui non può dare senso. Un grande poeta inglese, Eliot,
in una delle sue poesie ha detto: "Abbiamo molta informazione
sul mondo ma dov'è la conoscenza?” Questa è davvero
una buona riflessione, abbiamo una gran quantità di informazioni
sul mondo ma dov'è la conoscenza? Cosa possiamo farne?
Due anni fa ho partecipato a un congresso di sociologi dedicato
alla criminalità organizzata. Ci sono stati cinquemila
interventi, cinquemila!!! Praticamente noi sappiamo tutto sulla
criminalità organizzata ma questa non scompare, ci è sempre
accanto, perché non abbiamo idea di cosa possiamo fare
praticamente. Abbiamo molte informazioni, molte statistiche ma
a cosa ci servono? Credo che questo sia un grande problema dell'umanità e
della mente umana. Per questo non è importante la pura
informazione ma l'informazione dentro il contesto, perché è il
contesto che ci dà il senso degli eventi. E se decidiamo
di non interessarci al contesto, scegliamo di dare, con i media,
un quadro molto superficiale del mondo e il mondo diventa per
noi del tutto incomprensibile, caotico e persino spaventoso.
Memoria collettiva, istinto di conservazione e cultura:
lei considera questi i tre elementi fondamentali per evitare
la disgregazione
totale, la distruzione. Oggi abbiamo una quantità sufficiente
di questi elementi per essere ottimisti?
Questi elementi che lei ha ricordato, come la memoria collettiva,
sono molto importanti per l'esistenza. Abbiamo questa memoria
perché altrimenti non esisterebbe la società: è la
condizione fondamentale per la sua esistenza. D'altra parte,
lei ha ragione nel porre la domanda, dovremmo essere coinvolti
dal fatto che la cultura attuale è basata sulla tirannia
del momento. Non c'è passato, non c'è futuro, l'importante è solo
il momento nella nostra cultura e questo è un pericolo
molto grande, perché noi non possiamo vivere senza passato
e senza futuro. Credo che l'umanità abbia abbastanza senso
di conservazione per difendersi dal pericolo della cultura attuale.
E finché esistiamo come famiglia umana, finché viviamo
come società, questa è la miglior prova del fatto
che la memoria collettiva, la storia, la tradizione, la cultura è con
noi. E credo che questo pericolo della globalizzazione ci sia,
ma è un'altra faccia della questione: voglio dire che
ci sono forze potenti che si oppongono a questa globalizzazione,
che sono quelle del patriottismo, della cultura, dell'identità,
dell'essere fieri di un’identità che si oppone a
queste forze distruttive del nostro pianeta. E se si va da un
posto all'altro, da un’area all'altra, da un Paese all'altro,
si vede che la gente è molto legata al proprio passato,
alle proprie Chiese, alla propria architettura, alla propria
lingua soprattutto, ai costumi differenti. E queste sono forze
che ci permettono di esistere, di preservare la nostra identità,
cosa a cui credo molto perché ho provato queste cose come
viaggiatore, e queste forze sono ovunque.
Nel suo libro “In viaggio con Erodoto”, parlando
della costruzione della Grande Muraglia cinese lei dice che l’energia
del mondo va a finire nelle muraglie. Che irrazionalità,
che spreco.” Ancora oggi accade questo?
Penso che oggi, con lo sviluppo del mondo virtuale, ci troviamo
di fronte a due realtà. Abbiamo una realtà sociale
o politica, che esiste nel mondo: esistono ancora queste frontiere,
i fili spinati, esistono ancora le divisioni del mondo. Ma allo
stesso tempo abbiamo forze, movimenti, regole dell'informazione
in movimento, conoscenza in movimento al di sopra di quei recinti,
ora possiamo superarli e questa è una delle debolezze
delle dittature di oggi perché nel passato la dittatura
si chiudeva nelle mura: adesso esse esistono ancora ma al di
sopra di queste mura abbiamo un movimento di idee, di conoscenza
che hanno la possibilità distruggere queste forze della
dittatura del male. Così la situazione adesso è complessa,
non è la situazione a senso unico di quando la Cina costruì la
grande Muraglia: viviamo nel ventunesimo secolo e sebbene abbiamo
ancora delle pareti che difendono il male, la corruzione, l'odio,
contemporaneamente abbiamo un nuovo mondo, nuove forze, nuove
strade con cui possiamo superare questi ostacoli e che rappresenta
una speranza, un fattore di ottimismo, perché è qualcosa
presente per la prima volta nella storia dell'umanità, è la
prima volta che appaiono forze che possono distruggere questi
muri, in senso almeno simbolico, metaforico.
Per questo a proposito dei muri in costruzione lei parla di
illusioni?
Sì, perché adesso questo tipo di ostacoli possono
funzionare solo per una breve fase. Un muro può funzionare,
non è vero che non dia risultati, ma può funzionare
ma solo per un breve tempo. Il movimento in atto è di
per sé talmente grande, talmente dinamico ed enorme che
questi ostacoli non possono funzionare per un lungo periodo.
Stiamo vivendo nel mondo tre grandi movimenti: il primo movimento è il
movimento della gente. Il livello delle migrazioni è enorme, è grande
quanto mai lo era stato prima nella storia, e non si può fermare.
E’ costituito da forze che esistono oggettivamente, forze
di enorme pressione e questo movimento di persone continuerà.
L'altro movimento a cui non si possono porre ostacoli è il
movimento delle merci. Noi viviamo nel mondo in cui le cose si
muovono da un posto all'altro in enorme quantità. Non
si può fermare, si può inserire al suo interno
un meccanismo di controllo ma non lo si può fermare. Dopo
l'attacco dell'undici settembre negli Stati Uniti ci fu il tentativo
del governo americano di controllare tutte le navi perché potevano
portare bombe o altro, ma si accorsero subito che erano in grado
di controllare solo il due per cento delle merci trasportate
sulle navi. Il terzo movimento, quello enormemente più vasto
degli altri, è il movimento delle immagini, la tv, i film,
tutto ciò che si muove, e anche questo non si può fermare.
Le forze liberate dal progresso tecnologico, quelle liberate
dalla situazione democratiche, quelle liberate nel mondo contemporaneo
sono così grandi che nessun muro le può fermare
per lungo tempo.
Ne “La prima guerra del football” lei ha introdotto
delle parti in corsivo che si chiamano “Appunti per un
libro che non scriverò” o “… che dovrebbe
cominciare qui”. C’è un libro che le piacerebbe
scrivere e non ha mai scritto?
Ci sono molti libri così. Anzi, questa biblioteca cresce,
ci sono sempre più libri che si accumulano su scaffali
che non esistono. Recentemente mi hanno invitato per una conferenza
dal titolo: "I libri che non ho scritto". Ed è vero,
perché penso che ogni scrittore viva questo tipo di esperienza
e perda la capacità di scrivere nel momento in cui ha
ancora delle idee per scrivere dei libri. Ad esempio volevo scrivere
un libro sulla mia lunga esperienza in America Latina, un libro
sulla fotografia, un libro letterario sull'infanzia nella mia
piccola città dell'Europa Orientale, Pinsk , ma non l'ho
scritto. Vorrei scrivere un libro sulle Isole del Pacifico, avevo
questa idea. Ci sono molti libri di cui non si è consapevoli,
sono presenti in te, ma non ne sei consapevole. Ad esempio ho
scritto il libro su Erodoto, ma qualche anno fa non avrei mai
pensato di farlo. Poi, improvvisamente, mi è venuta in
mente questa idea e mi sono preparato a scrivere questo libro.
Come tutti sanno, la mente umana è un grande mistero e
nasconde delle cose che sono molto difficili da scoprire per
ognuno di noi.
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