pubblicato
il 19 dicembre 2005
Thich Nhat Hanh: il tempo per
il dialogo
di Luciano Minerva

Quando è venuto in Italia, alla fine di aprile
del 2005, Thich Nhat Hanh era appena tornato dal Vietnam,
che aveva potuto rivedere per la prima volta dopo 39 anni.
Un esilio che gli ha permesso di portare la sua voce di pace
in giro per il mondo, ma che non l’ha mai separato
dalla lingua, dalla cultura, dai contatti con il popolo vietnamita.
L’eco, la scia di quel viaggio era presente in tutti
i monaci che lo accompagnavano nel viaggio a Roma, segnato
anche da una camminata silenziosa per le vie del centro della
città e da un’affollata conferenza all’Auditorium.
I suoi colloqui con il governo e le istruzioni vietnamite
segnano una svolta sul terreno a cui Thich Nhat Hanh tiene
di più: la capacità di dialogare. Tra le singole
persone, innanzitutto, all’interno della propria casa,
con i genitori e i figli, con i coniugi e i compagni, nella
vita quotidiana. E’ lì che stanno le radici
della pace, in quella comprensione profonda che non sempre
sappiamo mettere in campo nel nostro microcosmo. Per questo,
nei suoi insegnamenti, e nelle sue interviste, il piccolo
e il grande non sono mai separabili, si parla sempre del
mondo e delle relazioni di tutte le sue parti, a partire
dall’invisibile e da ciò che non sappiamo cogliere,
perché troppo indaffarati o troppo sordi. Come la
voce di uno di quei pini di Castelfusano che facevano da
corona al ritiro di oltre 700 persone.
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