aggiornato
il 4 aprile 2006
Discorso
di ringraziamento in occasione del Premio Nonino 2006 di Jakucho
Setouchi
Percoto, 28 Gennaio 2006
Sono Jakucho Setouchi. E’ per me un sorprendente, incommensurabile
onore ricevere il premio internazionale Nonino.
Esprimo dal profondo del cuore la mia estrema gratitudine per
tutta la famiglia Nonino, che organizza questo meraviglioso premio
culturale. Rivolgo inoltre un pensiero di commossa riconoscenza
alla giuria che mi ha eletta per l’assegnazione di un premio
di tale prestigio. Non esistono parole atte a manifestare la
mia gratitudine per tutti voi qui convenuti, che avete abbandonato
i vostri molteplici impegni per accorrere a festeggiarmi. Grazie,
e un augurio di felicità per tutti.
L’assegnazione di questo premio ha meravigliato me prima
di chiunque altro: mi è parso di sognare. Ho trascorso
metà secolo con la penna in mano, totalmente dedita al
mio impegno e risoluta a seguire il sentiero da me scelto. Per
lungo tempo ho creduto che, come afferma un nostro detto popolare,
la durata della vita umana equivalga a cinquanta anni.
Ho iniziato a scrivere romanzi dopo i trenta anni e ora ne ho
ottantatre. Mai avrei supposto di poter raggiungere una così tarda
età: è una sorpresa ancor più stupefacente
dell’assegnazione del premio Nonino.
Ho scritto più di trecento opere, consapevole tuttavia
di quanto la qualità sia più importante della quantità.
Infatti, per quanto mi sia impegnata nello scrivere, quasi nessuna
delle mie opere mi soddisfa. Terminato il lavoro mi accorgo con
dispiacere che il risultato si discosta alquanto dal mio pensiero.
A cinquantun anni accolsi una svolta radicale nella mia vita:
divenni monaca. Non per fuggire il mondo, bensì perché desideravo
trovare nella fede un valido sostegno che mi consentisse di scrivere
fino alla morte. Aspiravo a stabilire un contatto con le vite
delle creature eccelse che hanno superato i limiti delle umane
forze.
Harumi era sia il mio nome anagrafico sia il mio pseudonimo.
Dopo aver preso i voti mi fu dato il nome Jakucho, che ora funge
sia da pseudonimo sia da nome anagrafico. Deriva da un aforisma
buddista: “coloro che abbandonano il mondo sono sereni
e odono suoni paradisiaci”. Con il termine “coloro
che abbandonano il mondo” ci si riferisce ai monaci, e
la serenità di cui essi godono allude alla tranquillità d’animo
cui si perviene quando si estinguono le fiamme delle passioni.
Con “suoni paradisiaci” s’intende significare
le armoniose melodie di cui è permeato l’universo
buddista.
Sono divenuta una monaca della setta Tendai, una delle più rappresentative
scuole di pensiero del buddismo giapponese, fondata da Saicho
(Dengyo Daishi) sul monte Hiei. Ciò che più mi
colpì negli scritti di Saicho fu la frase: ”dimenticare
se stessi per giovare agli altri”. Egli esorta a dimenticare
la ricerca della propria felicità personale per impegnarsi
gratuitamente e con costanza al fine di procurare gioia e vantaggi
agli altri. Anche nel cristianesimo si esalta lo spirito di servizio
e il sacrificio per il prossimo, con i medesimi intendimenti.
Nella frase seguente Saicho afferma: “questo è l’apice
della compassione”. Budda stesso insegna cha la compassione è il
fulcro del buddismo. Compassione equivale a un amore assoluto,
avulso dalla pretesa di una ricompensa. Da quando mi fu consentito
di farmi monaca ho continuato a sforzarmi per più di trenta
anni nel tentativo di accostarmi almeno di un poco agli insegnamenti
di Budda e di Saicho.
Mi sono recata per venti anni in un tempio in rovina del nord
est del Giappone e l’ho ricostruito, ho continuato a abbandonare
il mio romitaggio per compiere gli atti suggeriti dal buddismo
predicando e copiando i sutra. Ho protestato contro la guerra
in Iraq, ho pregato per la pace sottoponendomi a due digiuni.
Ignoro quando e dove l’ingranaggio del mondo si sia inceppato,
ma constato che, sebbene tutti i popoli aspirino alla pace, i
focolai di guerra non si estinguono mai su questo pianeta e i
miasmi del sangue versato divengono sempre più intollerabili,
qua e là si diffondono strane epidemie, e l’umanità sprofonda
nel terrore.
Purtroppo in Giappone si annoverano trentamila suicidi l’anno.
Ogni giorno siamo tormentati dalle peggiori notizie: parricidi,
infanticidi, uccisione di amici. Tenebre ovunque ci si volga.
Il mondo ha assunto un aspetto oscuro, che non dovrebbe avere.
Mai ho visto tempi così cupi nei miei ottantatre anni
di vita. Mi pare che persino durante l’ultima lunga guerra
mondiale l’espressione della gente fosse più serena.
Eppure non dobbiamo lasciarci sconfiggere dal destino e disperarci.
L’uomo è stato inviato in questo mondo per raggiungere
la felicità. La felicità non consiste tuttavia
nella soddisfazione dei propri desideri individuali: non è forse
più lecito affermare che gli esseri umani saranno felici
quando chiunque viva su questo pianeta sarà provvisto
di cibo e di vesti secondo le sue necessità, e avrà una
casa, quando tutti i bambini potranno frequentare la scuola e
a tutti i vecchi sarà consentito di attendere la morte
con serenità?
L’insegnamento del buddismo, che incita a dimenticare se
stessi e a prodigarsi a beneficio delle altre creature, non sarà forse
l’unico raggio di luce atto a illuminare i nostri passi
nella disperazione?
Nell’ultimo viaggio durante il quale si ammalò e
morì, Budda disse:
“
Questo mondo è bello
e l’animo umano è soave”
Io avverto una luce nella fede con cui Budda riconobbe la positività del
mondo nonostante gli intrinseci contrasti.
Vi ringrazio
Traduzione di Lidia Origlia
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