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pubblicato il 4 maggio 2005

Video
Intervista
2001, Genova
Incontro con il pubblico
2004, Roma
Approfondimenti
Testo della nostra intervista
Bio-bibliografia

José Saramago
di Luciano Minerva



“Pensiero obliquo, Non mi chieda di spiegarglielo, più che sentirlo io lo vedo” dice in Storia dell’assedio di Lisbona la dottoressa Maria Sara al revisore Raimundo Silva: così gli descrive la caratteristica che apprezza in lui e che va ben al di là della semplice "capacità di osservazione critica“. L’attenzione che José Saramago destina a ciò che gli sta intorno, a chi gli parla, a ciò che vede o scopre per la prima volta rende concretamente l’immagine di quel"pensiero obliquo“, quasi di uno sguardo obliquo, dove la vista non si rivolge direttamente e con continuità a un oggetto o a una persona, ma sembra sfiorarli e passare oltre, come per mescolare la vista con gli altri sensi, ricavandone una percezione più sottile e più panoramica della realtà. Un modo di osservare che ricorda molto da vicino quello che si trova descritto nella Storia dell’assedio di Lisbona:
"Guardare, vedere e notare sono maniere distinte di usare l’organo della vista. (...) Solo il notare può arrivare a essere visione completa quando in un punto determinato o successivamente l’attenzione si concentra (...) passandosi così da una sensazione all’altra, trattenendo, trascinando lo sguardo, come se l’immagine dovesse prodursi in due punti distinti del cervello, con un segnale amplificato, poi il contorno netto, la definizione nitida.“ Avvicinandosi al vascello scelto come luogo dell‘intervista Saramago, più che inquadrarlo, lo squadra inclinando la testa con un sorriso denso di ironia e di gioco più che di stupore. "I cannoni della letteratura sparano, questi no“ dirà al termine dell’intervista, come per tracciare i confini tra il mondo dell’illusione visiva che offre il cinema e quello della metafora letteraria, di cui lui è tra i maggiori maestri contemporanei. L’impressione che hai, sentendolo parlare, è che stia bene attento a non prendersi troppo sul serio. Entra in un argomento, lo rigira da ogni parte e poi è pronto a svuotarlo dell’eccesso di significati che gli si potrebbe dare. E questo non significa assenza di passione o di impegno o di presa di posizione decisa sulla direzione in cui oggi va il mondo: la globalizzazione per lui è „un nuovo totalitarismo“.
L’abbiamo incontrato nei giorni in cui il Teatro dell’Archivolto di Genova gli tributava due giorni di omaggio teatrale e musicale. La prima parte era dedicata alla lettura de Il racconto dell’isola sconosciuta, pubblicato nel ’97, una trentina di pagine create senza interruzione, scritte così come si leggono, tutte d’un soffio. "Mi sono alzato dalla scrivania solo quando ho finito di scriverlo“ racconta, stupito che un lavoro fatto "su commissione“ gli sia riuscito tanto bene.
" Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse, Datemi una barca.“ è l’incipit di questo racconto. Per questo gli abbiamo proposto un‘intervista a bordo del Neptune, fatto costruire, su un modello secentesco, da Roman Polanski per il film "Pirati“ (per una spesa di 15 miliardi su cui molti furono critici). E dal "Datemi una barca“ gli abbiamo chiesto di pilotarci nel territorio della sua letteratura. Per l’occasione ci siamo serviti anche di due domande poste dai lettori al sito web di Rai educational.


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