pubblicato il
4 maggio 2005
José Saramago
di Luciano Minerva

“Pensiero obliquo,
Non mi chieda di spiegarglielo, più che sentirlo io
lo vedo” dice in Storia dell’assedio di Lisbona
la dottoressa Maria Sara al revisore Raimundo Silva: così gli
descrive la caratteristica che apprezza in lui e che va ben
al di là della semplice "capacità di osservazione
critica“. L’attenzione che José Saramago
destina a ciò che gli sta intorno, a chi gli parla,
a ciò che vede o scopre per la prima volta rende concretamente
l’immagine di quel"pensiero obliquo“, quasi
di uno sguardo obliquo, dove la vista non si rivolge direttamente
e con continuità a un oggetto o a una persona, ma
sembra sfiorarli e passare oltre, come per mescolare la vista
con gli altri sensi, ricavandone una percezione più sottile
e più panoramica della realtà. Un modo di osservare
che ricorda molto da vicino quello che si trova descritto
nella Storia dell’assedio di Lisbona:
"Guardare, vedere e notare sono maniere distinte di usare l’organo
della vista. (...) Solo il notare può arrivare a essere visione completa
quando in un punto determinato o successivamente l’attenzione si concentra
(...) passandosi così da una sensazione all’altra, trattenendo,
trascinando lo sguardo, come se l’immagine dovesse prodursi in due punti
distinti del cervello, con un segnale amplificato, poi il contorno netto, la
definizione nitida.“ Avvicinandosi al vascello scelto come luogo dell‘intervista
Saramago, più che inquadrarlo, lo squadra inclinando la testa con un sorriso
denso di ironia e di gioco più che di stupore. "I cannoni della letteratura
sparano, questi no“ dirà al termine dell’intervista, come
per tracciare i confini tra il mondo dell’illusione visiva che offre il
cinema e quello della metafora letteraria, di cui lui è tra i maggiori
maestri contemporanei. L’impressione che hai, sentendolo parlare, è che
stia bene attento a non prendersi troppo sul serio. Entra in un argomento, lo
rigira da ogni parte e poi è pronto a svuotarlo dell’eccesso di
significati che gli si potrebbe dare. E questo non significa assenza di passione
o di impegno o di presa di posizione decisa sulla direzione in cui oggi va il
mondo: la globalizzazione per lui è „un nuovo totalitarismo“.
L’abbiamo incontrato nei giorni in cui il Teatro dell’Archivolto
di Genova gli tributava due giorni di omaggio teatrale e musicale. La prima parte
era dedicata alla lettura de Il racconto dell’isola sconosciuta, pubblicato
nel ’97, una trentina di pagine create senza interruzione, scritte così come
si leggono, tutte d’un soffio. "Mi sono alzato dalla scrivania solo
quando ho finito di scriverlo“ racconta, stupito che un lavoro fatto "su
commissione“ gli sia riuscito tanto bene.
" Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse, Datemi una
barca.“ è l’incipit di questo racconto. Per questo gli abbiamo
proposto un‘intervista a bordo del Neptune, fatto costruire, su un modello
secentesco, da Roman Polanski per il film "Pirati“ (per una spesa
di 15 miliardi su cui molti furono critici). E dal "Datemi una barca“ gli
abbiamo chiesto di pilotarci nel territorio della sua letteratura. Per l’occasione
ci siamo serviti anche di due domande poste dai lettori al sito web di Rai educational.
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