Ad Arundhati Roy era affidato a Mantova,
nel settembre scorso, il compito di chiudere il Festivaletteratura.
Piazza Castello gremita, il pubblico in attesa quasi febbrile,
molte bandiere della pace a tappezzare i contorni della piazza.
E chi si attendeva (pochi) di sentir parlare del suo lavoro
di scrittrice o della sua letteratura come terreno astratto,
separato dal resto, è rimasto deluso. Perché dopo “Il
dio delle piccole cose”, un titolo capace da solo di
raccontare un mondo, Arundhati Roy non si è seduta a
fare la star, ma si è sentita forte per impegnarsi più a
fondo sui temi che ha da sempre a cuore: le ricchezze e le
povertà della sua India, l’umanità da scoprire
e da raccogliere in migliaia di rivoli da raccontare e da intessere,
le disparità insopportabili. Nei libri successivi a “Il
dio delle piccole cose” la sua scrittura ha cambiato
forma, è diventata materia di informazione, documentazione
e impegno politico diretto. Gli eventi successivi all’11
settembre non potevano lasciarla ferma in uno studiolo a raccontare
storie ispirate al reale ma vestite di fantasia e creatività.
“ L’istinto – come racconta ne La fine delle illusioni – mi
indusse a mettere da parte Joyce e Nabokov e a rimandare la lettura del librone
di Don De Lillo per dedicarmi a rapporti di bonifica e irrigazione, diari, libri
e documentari sulle dighe, sul perché vengono costruite e sui loro scopi."
Arundhati Roy manifesta nel come cammina, nel come guarda e nel come si presenta
una grande forza interiore e un aspetto che sembra oscillare tra la sfrontatezza
e una timidezza ben portata. E’ piccola, dimostra qualche anno di meno
dei 42 che ha. Aver recitato una piccola parte in un film, e aver sostenuto decine
di interviste televisive, le ha lasciato addosso un’abitudine alle telecamere
e il necessario sospetto per il prodotto che ne può uscire.
L’appuntamento con lei per questa intervista era stato fissato poche ore
dopo il suo arrivo a Mantova. Come fare a riproporre la presenza di quel romanzo
ricco e affascinante che è “Il dio delle piccole cose” in
un’intervista in cui sai che i temi saranno completamente diversi, più legati
all’attualità? E come mettere insieme quelle due Arundhati Roy che
appaiono così distanti l’una dall’altra nello stile e nella
scelta di scrittura?
Il luogo più opportuno mi è sembrato il Mincio, un’ora in
barca lontani dalla gente, in un panorama che trovasse nell’acqua e nella
vegetazione intorno al fiume una funzione di calma, di tranquillità, di
ambiente riflessivo. E per i contenuti, la traccia del percorso politico che
lei sicuramente avrebbe voluto seguire andava ritrovata forse nel suo stesso
romanzo, con un gioco di citazioni che le permettesse di spostarsi da un tema
all’altro e da uno stile all’altro.