Amos Oz: La curiosità come imperativo etico di Luciano Minerva
La curiosità, che considera “valore morale” e “imperativo etico” si legge sul volto di Amos Oz come caratteristica umana innata e coltivata da sempre. Da come osserva, da come descrive, dalle domande sincere e interessate che fa all’interlocutore, per conoscerlo. Oz è stato ospite a Pordenone della manifestazione “Dedica” (ogni anno un grande scrittore al centro di iniziative nell’arco di quindici giorni). Lì l’abbiamo incontrato per questa intervista, scoprendone la simpatia, il gusto per lo humour, il piacere della parola parlata pari almeno a quello per la scrittura. Preciso, rapido, capace di inquadrarti un problema nel numero essenziale di parole giuste, proprio come quell’orologiaio vecchio stile a cui paragona lo scrittore. E’ una descrizione che avevamo già letto nella sua autobiografia, “Storia di amore e di tenebra”, ma che qui troviamo rappresentata quasi teatralmente, mimata, la pinzetta in una mano, la lente nell’altra.
La scelta del luogo, almeno per iniziare l’intervista è la Biblioteca cittadina. Perché nel mondo che lui racconta i libri hanno occupato sempre uno spazio fondamentale, come alimento per nutrire prima il bambino timido, poi l’adolescente che scelse il kibbutz a quindici anni, poi l’uomo-scrittore. Il padre era bibliotecario e sarebbe stato molto più volentieri scrittore anche lui, come invece era lo zio, un’autorità nella letteratura ebraica. Da lì, da questo rapporto con i libri, parte il nostro dialogo.