Namkhai Norbu: agire e vivere nelle
circostanze di Luciano Minerva
Serenità, tutto il tempo che serve a
nostra disposizione e una sottile venatura di allegria. Il clima dell’intervista
a Choegyal Namkhai Norbu si intona con il luogo, in Toscana, nei pressi di Arcidosso,
alle pendici del Monte Amiata. Si chiama Merigar (“insediamento della montagna
di fuoco” in tibetano) il centro di meditazione dove il lama Namkhai Norbu
risiede quando viene in Italia, qualche mese all’anno. Namkhai Norbu ha
passaporto e cittadinanza italiana, da quando fu invitato a Napoli dal maggior
conoscitore del Tibet, Giuseppe Tucci. Ma vive da decenni viaggiando tra Europa,
centro e sud America, Australia. E’ come se avesse portato il nomadismo
tibetano, oggetto dei suoi studi giovanili, su scala planetaria, per diffondere
e difendere la cultura tibetana. E’ questo il centro del suo lavoro, della
sua azione, dei suoi scritti. Nel dialogo che si stabilisce in quest’intervista
nulla appare scontato. Nella sequenza di domande e risposte si corre il rischio
di restare spiazzati, perché la logica occidentale e quella orientale
sembrano inseguirsi, intrecciarsi e confondersi. Così l’astrazione
di qualche domanda viene riportata subito a concretezza della risposta. O viceversa.
E’ quello che accade anche nei suoi insegnamenti, e nei suoi libri. Dove
spesso la semplicità dell’espressione è il riflesso della
profondità del pensiero.