pubblicato il
4 maggio 2005
Mo Yan
di Luciano Minerva

Colui che non vuole parlare'. Un curioso pseudonimo per uno scrittore
che riversa come un fiume in piena in migliaia di pagine i suoi racconti, capaci
di presentare in mille sfaccettature un mondo variegato e denso di storie.
Ma la scrittura di Mo Yan pare sempre sul limite dell’indicibile. Come
in una frase chiave del suo Grande seno, larghi fianchi: «Le scene cui
assistemmo quel giorno furono davvero troppe. Anche con una decina di occhi
in più, non avremmo potuto vederle tutte. E se ci fossero cresciute
altre dieci bocche non saremmo riusciti a raccontare ogni cosa».
Lo guardi, provi ad osservare la sua espressione, e nell’intervista
ti si presenta davanti una maschera impenetrabile. Al contrario sua figlia
ventiduenne, al suo primo viaggio in Europa, non sa più come mostrare
la sua emozione e la sua gioia, ad ogni novità che incontra. Per lui
invece è come tenesse il suo mondo tutto dentro di sé, incapace
di esprimersi se non attraverso la parola scritta. E invece, basta proporre
per le riprese una passeggiata per la campagna intorno a Percoto, dove si trova
per ricevere il Premio Internazionale Nonino 2005, e tutto cambia. Una casa
con piccoli attrezzi agricoli sulle pareti, ci fermiamo e sembra di stare in
un film, con i luoghi e il personaggio giusto, il contadino friulano doc che
neppure un attento casting avrebbe potuto scegliere meglio. A contatto con
la terra e il mondo contadino, anche il suo viso e i suoi gesti diventano molteplici,
la maschera cade, 'colui che non parla' si scioglie. Si esprime nella sua curiosità,
tocca ogni oggetto, la bilancia, i piccoli attrezzi agricoli, la volpe imbalsamata,
la botte in cantina. E ne esce un’intervista non solo da leggere, ma
anche da guardare. |