Ogni anno, in occasione dell’incontro dei Premi Nobel per la Pace,
Rigoberta Menchù, che ottenne il Nobel nel 1992 per la sua attività di
difesa dei diritti umani in Guatemala, è a Roma. Nel 2001 h colto l’occasione
per presentare un libro, La favola di Chimel, scritto insieme a un suo connazionale
che vive in Italia e insegna all’Università cattolica di Milano,
lo scrittore Dante Liano. Sembra di essere lontani anni-luce dai racconti terribili
delle violenze subite dagli indios e dalla sua famiglia, portati alla luce nella
biografia (Mi chiamo Rigoberta Menchù, di Elisabeth Burgos) scritta alla
fine degli anni ’80. La situazione non è cambiata molto, si è ristabilita
una nuova dittatura, Rigoberta è ancora esule, la storia sua, del suo
Paese, della sua gente resta segnata dalla violenza che ripete quella della colonizzazione
spagnola. Ma Rigoberta Menchù ha voluto leggere sotto una nuova luce la
sua stessa infanzia, ricercando la tradizione e le antiche storie Maya, tramandate
per generazioni, e ampliando, grazie alla scrittura, quella parte di memoria
che ridà un senso gioioso e fantastico della vita.
E’ la storia del suo villaggio, Chimel, da quando lo fondò suo nonno.
Una storia intrecciata alle leggende e alle favole che trasmettono ancora oggi
la cultura maya e i suoi valori alle varie popolazioni di indios del Guatemala.
Lo spagnolo non è la lingua madre di Rigoberta Menchù. Il lavoro
a due ha permesso la ricerca di un linguaggio narrativo capace di fondere le
immagini delle due culture del Guatemala.