Mantova 25 settembre
2006
Mariella Mehr:
dalla Svizzera storie sconosciute di persecuzione
di Luciano Minerva

E’ pressoché impossibile restare indifferenti alla
lettura di Mariella Mehr, fin dalle prime pagine, da qualunque
libro si cominci. Certo, ci si può sentire respinti, per
la crudezza delle storie e delle immagini, che comunque restano.
Si è comunque di fronte all’”Altro”,
a esperienze lontane, al limite dell’indicibile, a chi
non ha vissuto solo la sua storia, ma ha fatto propria quella
di centinaia di persone disperse in mille rivoli e schiacciate
nel silenzio. La sua storia è quella, per lo più sconosciuta,
della persecuzione degli zingari in Svizzera, e in Europa, a
cavallo della seconda guerra mondiale, ma proseguita nel silenzio
generale, ben oltre la fine della guerra. La sua lingua davvero
ricca e creativa non si può neppure racchiudere nella
definizione di “scrittrice rom”. E’ scrittrice
e basta, e per certi aspetti la sua narrativa può ricordare
quella di altri difensori dei diritti di chi non ha diritti,
l’indiana Mahasweta Devi, ad esempio.
A conoscerla dal vivo l’autrice non corrisponde del tutto
alla sua scrittura. Forse perché proprio la scrittura
l’ha trasformata, togliendole il peso di tutti i traumi
che avrebbero potuto abbatterla. E sul viso di Mariella, insieme
ai segni di una vita sofferta, si vedono quelli positivi, del
superamento, dell’uscita da un tunnel lungo e difficile. “Mi
vede – risponde a una domanda sulla felicità – posso
essere anche tanto felice” ed è il viso intero a
ridere, anche gli occhi che protegge dietro gli occhiali scuri.
E il portamento è quello di una persona sicura di sé,
per nulla chiusa, per nulla piegata dagli eventi. Sceglie di
parlare in italiano, perché la sensazione di esilio “dal
mondo” da cui parte la nostra intervista, dopo alcuni anni
di permanenza in Italia è superata, e forse ha trovato
in Toscana quell’asilo negato a lei e al suo popolo per
tanti decenni.
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