Leila Marouane: frammenti in uno
specchio di Luciano Minerva
Una mostra di specchi. E su ogni specchio la fotografia di un’azione compiuta
dalle mani: una mostra l’orologio, un’altra usa un trapano, un’altra
stende i panni, un’altra ancora tiene una torcia. Si chiama “Alfabeto” la
mostra di Michelangelo
Pistoletto ospitata nella sede della casa
editrice Corraini,
a Mantova. Leila Marouane accetta che quello sia il luogo dell’intervista.
Nei suoi libri, e con il suo stile, parla di frammentazione della persona, della
famiglia, della società, e quella mostra che ci indica i segni elementari,
l’alfabeto dell’azione umana si presta a rispecchiare anche la scrittura
e le parole di Leila Marouane. Piano piano, da una tensione iniziale, le sue
parole si sciolgono e l’autrice lascia i suoi personaggi così vicini,
per guardarli con il distacco necessario. La tensione di Leila è parte
della sua storia personale, di chi ha dovuto trovare un’altra patria, perché la
violenza della sua Algeria l’ha toccata e l’ha segnata, e troppi
suoi colleghi giornalisti e scrittori hanno pagato con la vita la libertà di
scrivere. Quando parla della Francia lo sguardo e le parole diventano più sereni
e distesi, e appena finisce l’intervista il pensiero corre a Parigi, al
suo piccolo bimbo lasciato per la prima volta per una manciata di giorni per
venire a Mantova.