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pubblicato il 27 giugno 2005

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Intervista
2005, Torino

Approfondimenti
Il testo della nostra intervista
Bio-bibliografia
In rete
Intervista a "il manifesto"
La Mitteleuropa vista
da Manhattan (6/apr/2004)
Norman Manea: abitare una lingua
di Luciano Minerva


A volte la storia di una vita può contenerne molte più di una.
La sensazione, davanti a Norman Manea, è quella di trovarsi davanti a una persona imprendibile, qualcuno che non potrai mai illustrare, presentare, far conoscere nello spazio di un’intervista, perché la sua esperienza, il suo pensiero, il suo modo di scrivere ti rimandano sempre più in là, come dei cerchi concentrici che si allargano a dismisura: il campo di concentramento rumeno da bambino ebreo, poi l’illusione adolescenziale del comunismo, poi ancora la dissidenza, come stile di vita, la fuga da un mondo all’altro e la sensazione perenne di estraneità.
Quando, alla Fiera del Libro di Torino, ha una mezz’ora disponibile per l’intervista, il primo istinto è quello di fuggire, di rinviare l’appuntamento al suo prossimo viaggio in Italia. Ha fama di non essere tenero, dicono che il suo spirito critico tenda, anche nelle interviste, a prevalere sulla sua disponibilità. Troviamo un accordo tra gentiluomini, piuttosto insolito per la forma-intervista: se non ne ricaveremo un buon prodotto, lo cestineremo di comune accordo. Intanto, nella stranezza della contrattazione, il suo viso trasmette quella parte infantile e giocosa, accentuata dai pochi capelli lunghi e bianchi mossi dal vento. E da quel momento sembra tutto più facile. Non potremo che stare su pochi elementi essenziali del suo lavoro e della sua esperienza e rimandare ai suoi testi e ai suoi mondi molteplici.


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