pubblicato il
27 giugno 2005
Norman Manea: abitare una lingua
di Luciano Minerva

A volte la storia di una vita può contenerne molte più di una.
La sensazione, davanti a Norman Manea, è quella di trovarsi davanti
a una persona imprendibile, qualcuno che non potrai mai illustrare, presentare,
far conoscere nello spazio di un’intervista, perché la sua esperienza,
il suo pensiero, il suo modo di scrivere ti rimandano sempre più in
là, come dei cerchi concentrici che si allargano a dismisura: il campo
di concentramento rumeno da bambino ebreo, poi l’illusione adolescenziale
del comunismo, poi ancora la dissidenza, come stile di vita, la fuga da un
mondo all’altro e la sensazione perenne di estraneità.
Quando,
alla Fiera del Libro di Torino, ha una mezz’ora disponibile per l’intervista,
il primo istinto è quello di fuggire, di rinviare l’appuntamento
al suo prossimo viaggio in Italia. Ha fama di non essere tenero, dicono che
il suo spirito critico tenda, anche nelle interviste, a prevalere sulla sua
disponibilità. Troviamo un accordo tra gentiluomini, piuttosto insolito
per la forma-intervista: se non ne ricaveremo un buon prodotto, lo cestineremo
di comune accordo. Intanto, nella stranezza della contrattazione, il suo viso
trasmette quella parte infantile e giocosa, accentuata dai pochi capelli lunghi
e bianchi mossi dal vento. E da quel momento sembra tutto più facile.
Non potremo che stare su pochi elementi essenziali del suo lavoro e della sua
esperienza e rimandare ai suoi testi e ai suoi mondi molteplici. |