“Per me scrivere al computer è innaturale.
Io uso ancora la penna. La penna segue il corso del pensiero, che scorre fisicamente
attraverso la mano con una sua armonia. Battere sui tasti del computer invece è come
pensare una parola alla volta, per me è come parlare in inglese, invece
che in italiano, tedesco o francese, lingue in cui il mio pensiero scorre senza
pensare a quello che dirò fra poco.” Anche quando racconta queste
cose, mentre si montano le luci per l’intervista in un albergo romano,
si ha la percezione acustica e visiva di un fiume di parole che scorre veloce,
e si comprende meglio l’origine di quella “scrittura d’acqua” di
cui spesso si parla per definire la sua prosa. E così anche dell’ultimo
libro, “Alla cieca”, scritto in forma di monologo al confine con
il delirio, un lavorio di sedici anni prima della stesura definitiva, esiste
un manoscritto.
Per Claudio Magris “manoscritto” corrisponde ancora al significato
originario del termine, sono i segni calligrafici che poi si affidano alla mano
amica della “dattilografa” (anche se ormai la parola è desueta)
o, nel caso degli articoli di giornale, al vecchio caro “dimafonista”,
figura ormai rarissima nelle redazioni dei giornali. Ascoltarlo, anche nel corso
di un’intervista, è come assistere e partecipare alla creazione
di un nuovo testo: il fiume di parole scorre, portandosi dietro memorie, idee,
pensieri che assumono una forma sempre diversa e sempre nuova.