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pubblicato il 4 maggio 2005

Video
Intervista
2004, Mantova
Approfondimenti
Il testo della nostra intervista
Bio-bibliografia
Serge Latouche
di Luciano Minerva



La cultura immorale dell'economia
«Rilascia interviste solo la mattina presto o dopo le 18, meglio la mattina», ci dicono all’ufficio stampa del Festivaletteratura di Mantova. La sua richiesta sarebbe per le otto, trattiamo per le otto e trenta, sarà poi lui a chiederci lo spostamento alle nove, anche i più mattinieri non possono evitare di far le ore piccole travolti dal Festival e dalla vita della città nei giorni dell’evento che la risveglia. C’è un tempo dei narratori e un tempo dei saggisti. E’ difficilissimo che chi lavora di fantasia richieda di essere intervistato la mattina presto. Come se la mente si risvegliasse più tardi e ai sogni e alla fase del risveglio andasse lasciato tutto il tempo necessario. Latouche invece è un saggista.

Alto, un aspetto imponente, un bastone che pare portato più per vezzo o per sicurezza che per necessità, un sorriso disponibile e cordiale che non cancella l’aria del professore e dello studioso. Non toglierà neppure per un attimo il berretto con la visiera a coprire la chioma disordinata che gli avevamo visto nell’incontro con il pubblico. Il suo italiano è abbastanza ricco e corretto da farglielo scegliere come lingua per l’intervista, come già per il confronto pubblico. Gli piace, senza esagerare e senza per questo esaltarsi, essere considerato un anticipatore dei temi e dei tempi, alla parola ‘profetico’ gli sorridono gli occhi. Perché quando lui ha scritto L’occidentalizzazione del mondo l’attenzione alla globalità e alle connessioni tra le culture l’avevano in pochi grandi maestri.

Antropologo ma non solo, studioso della società nelle sue forme manifeste e in quei legami invisibili che ne tracciano la struttura, il suo lavoro non sta solo in quello che scrive personalmente, ma in ciò che sa raccogliere e coordinare del lavoro e degli studi degli altri, come ha fatto nella rivista Mauss. Di questa non può fare a meno di ricordare, prima che inizi l’intervista, il ruolo essenziale di Alfredo Salsano, il direttore editoriale di Bollati Boringhieri scomparso da pochi mesi, amico fraterno, oltre che grande intellettuale, di quelli che ti aiutano a leggere la complessità del mondo. E a renderlo più bello e interessante.


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