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6 febbraio 2008
Antjie Krog: storie di apartheid
dalle tracce indelebili
di Luciano Minerva

Non si può restare
indifferenti dopo aver letto “Terra del mio sangue”.
L’esperienza di chi, come l’autrice Antjie Krog,
ha seguito giorno per giorno per due anni e mezzo i lavori della
Commissione per la Riconciliazione e la Verità istituita
in Sudafrica nel 1995, ti entra nel cuore e nella pelle. Perché i
racconti delle vittime e dei carnefici di oltre trent’anni
di apartheid sono storie sconvolgenti, sono specchio di un orrore
che abbiamo vagamente sentito e vissuto da lontano. E perché,
a sua volta, l’esperienza di chi ha ascoltato una per una
duemila voci per raccontarle alla radio è un racconto
di empatia che ti porta in quel Sudafrica, in quelle storie,
in quelle pieghe dell’animo che ciascuno di noi vorrebbe
evitare e non conoscere.
Incontrando Antjie Krog al Festivaletteratura di Mantova ho avvertito
come un timore reverenziale: un misto di ammirazione, gratitudine
e paura di non riuscire a farle esprimere in poco tempo, a voce,
la sintesi di quel turbinio di sensazioni, sentimenti, travagli
che le ha comportato quell’esperienza. Per aiutarci a raccontarla
le ho chiesto di portare qualcuno di quei documenti sonori o
visivi di cui è stata testimone. E abbiamo ambientato
l’intervista in una saletta montaggio, per avere sullo
sfondo quelle voci, quelle immagini, quelle storie di vita che
avevano lasciato tracce così forti sulle sue pagine.
La soluzione, lo scioglimento del nodo in un’altra forma-racconto,
quella dell’intervista, è venuta poi da sé nel
dialogo, nell’ascolto, nel lasciar scorrere quella stessa
empatia, nell’entrare nelle stesse pieghe delle emozioni
raccontate tanto bene da Antjie nel suo libro.
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