Sul suo viso emergono, a prima vista, i baffi, per quanto
sporgono compatti dal profilo, come se il volto fosse cresciuto
intorno e non viceversa. Poi la precisione e la decisione dei
gesti quando parla, come se a ciascuno volesse dare un preciso
significato. La sua abitudine a parlare coi gesti arriva da
lontano, dalla sua esperienza di figlio di sordomuto, riversata
in tutte le sue sfumature nel personaggio di Ismail in “Scrittura
cuneiforme”. Per 34 anni ha intessuto con lui un dialogo
ininterrotto, il padre analfabeta riparatore di tappeti, lui
sempre più colto e impegnato nella lotta politica contro
il regime degli ayatollah, fino alla clandestinità prima
e all’esilio poi, con il cruccio di aver perso il dialogo
con il padre e il proprio ruolo di interprete con il mondo. “Con
centocinquanta gesti riuscivamo a raccontarci il mondo, tutto
ciò che succedeva e tutto ciò che sentivamo.” Anche
fuori dai microfoni tiene a raccontare brani della sua storia
di vita, di come il suo secondo romanzo in nederlandese sia
stato un omaggio a suo padre, un modo per farsi perdonare e
per tramandare la sua memoria. Kader Abdolah è molto
fiero del percorso che ha fatto fin qui, “tutti i figli
degli handicappati – dice – hanno bisogno di riscattare
la vita del genitore”. E lui in più ha bisogno
di liberarsi attraverso lo pseudonimo, di quel nome tanto ingombrante
che è lo stesso del suo bisnonno, primo ministro in
Iran a cavallo del primo Novecento, fatto assassinare dallo
scià. “Mi sono sempre riproposto di diventare
un grande scrittore” e accompagna la parola grande con
un largo gesto delle braccia. Sa di avere queste due ombre
ingombranti e vuole rispondere a questo obiettivo, sostenuto
dalle critiche ampiamente positive che hanno incontrato i suoi
romanzi. Ricorda l’atteggiamento di un campione sportivo
che vuole vincere le Olimpiadi, ben sapendo tutte le difficoltà che
avrà davanti. Senza questa determinazione non avrebbe
penetrato tutte le pieghe della lingua della sua nuova patria.
E’ cosciente che chi vive l’esperienza di vivere
dentro due lingue e due tradizioni tanto lontane ha una visione
più vasta, e la vuole mettere a disposizione dei suoi
lettori.
Per l’intervista a Mantova scegliamo la riva di un rio, che scorre nel
centro della città e che a Kader ricorda la sua Olanda. “Conosce
Deft?” Chiede a me e subito dopo ad altri che incontriamo. “E’ a
cinque minuti da Rotterdam, questo posto somiglia proprio alla città che
abito io.”