Mahasweta Devi: resistiamo allo
tsunami della globalizzazione di
Luciano Minerva
In Italia ha introdotto i suoi testi una tra le
più attente conoscitrici della cultura indiana, Anna
Nadotti. E in Italia, a Udine, Mahasweta Devi è approdata
per la prima volta alcuni mesi fa per ricevere il Premio Nonino. “Mi
hanno invitato a Napoli. Ma so che c’è un proverbio
che dice ‘Vedi Napoli e poi muori’. E dato che
ho troppe cose ancora da fare nella vita, non posso accettare
l’invito.” Pare una donna senza età, che
si muove su altre dimensioni del tempo, la vicinanza degli
ottant’anni resta per lei un dato puramente formale.
Ha fatto della militanza politica e sociale una ragione di
vita da oltre mezzo secolo, e la sua scrittura è al
servizio della causa dei diritti umani, della difesa di chi
non vede riconosciuti i diritti elementari, i tribali indiani,
gli adivasi, gli intoccabili: da quest’esperienza, di
chi non si risparmia e sa affrontare le lotte più difficili,
Mahasweta Devi trae un’energia vitale che trasmette a
chiunque gli stia intorno, e che si traduce in sorrisi, in
sguardi attenti, in curiosità, in voglia e piacere di
raccontare. Il presidente della giuria internazionale del Premio
Nonino, Ermanno Olmi, nel riconoscerle il titolo di Maestro
del nostro tempo le fa una pubblica dichiarazione d’amore,
lei si inchina uno per uno davanti al Premio Nobel Naipaul,
a Peter Brooks, ad Antonio Damasco, a Claudio Magris, a tutti
gli altri giurati che quest’anno hanno voluto farla scoprire
a un mondo ben più ampio di chi conosce l’India.
Il suo discorso di
accettazione del Premio non ha nulla di
formale, è insieme un breve racconto di vita e un atto
di accusa, contiene tutta la sua forza d’animo e la coscienza
di un dovere di lotta. Lei è così, come la sua
scrittura: diretta, calma, forte e decisa.