pubblicato l'11
ottobre 2005
François Bizot: la memoria
dietro il cancello
di Luciano Minerva

Sembra, all’aspetto, un normale professore francese,
compito, gentile, un po’ sulle sue. Ma se hai letto il
suo libro, non puoi che andare oltre le apparenze. Perché sai
di essere davanti a una persona che ha dentro di sé una
storia di vita, e l’intreccio con storie di tante vite,
da cui tutti possiamo ricavare riflessioni, dubbi, insegnamenti.
Abbiamo incontrato Bizot a Udine, in occasione della prima
edizione del Premio
Tiziano Terzani, che ha avuto subito il
merito di riportare alla luce questa storia dove vita e letteratura
si confondono e si fondono, proprio come nella scrittura di
Terzani.
E chi sta dall’altra parte delle pagine viene
subito trasportato su quel cancello-confine che in qualche
modo coinvolge e riguarda tutti. La Cambogia degli anni ’70 è uno
di quei buchi neri della storia contemporanea di cui davvero
pochi sono stati testimoni diretti. Bizot è uno di questi,
una vita salvata da quello stesso aguzzino Dhuc, riconosciuto
poi responsabile di 40mila omicidi. E può ancora
raccontare, da sopravvissuto, grazie a quella ricerca dell’altro
che era nel carattere dell’etnologo
e nel tema dei suoi studi, il buddismo cambogiano.
E’ sul filo della comunicazione con l’altro che
si è dipanata la nostra intervista. Perché “Il
cancello” è talmente denso, talmente carico di
esperienze e racconti, che in un dialogo con l’autore
non puoi scavare oltre, sul terreno dei ricordi. Mai come in
questo caso devi rimandare al testo.
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