pubblicato il
6 novembre 2006
Tahar Ben Jelloun: il
ruolo critico dello scrittore
di Luciano Minerva

Nonostante il continuo e intenso rapporto tra Tahar Ben Jelloun
e l’Italia,
il festival di Mantova numero dieci per lui rappresentava una “prima
volta”. Quando è entrato nel Cortile della Cavallerizza si è guardato
intorno con curiosità, senza tradire nessun tipo di reazione. Il suo è lo
sguardo dell’osservatore distante, critico al punto giusto, non incline
all’entusiasmo. Porta con sé quel suo “doppio” di
ex professore di liceo, incerto se mostrarsi freddo e un po’ distante
e su come aderire alla realtà in cui arriva. Guarda, valuta, e poi entra,
un po’ come quei bagnanti guardinghi che entrano in acqua poco alla volta,
prima di lasciarsi andare e nuotare con familiarità. Solo la sera dopo,
in Piazza Castello, coinvolto dalle musiche mediterranee e di casa della Tangeri
Cafè Orchestra, accennerà persino, sul palco, qualche passo di
danza, con il sorriso di chi finalmente si trova a suo agio.
Quello che riportiamo è il testo delle parti salienti del suo incontro
col pubblico, in cui al centro non c’è stato solo l’ultimo
libro, “Mia madre , la mia bambina”, ma il suo percorso di scrittore.
Le domande gli sono state rivolte da chi scrive.
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