pubblicato il
14 maggio 2007
Isabel Allende: il 15 Maggio
laurea honoris causa a Trento
La "laudatio" pronunciata da Elena Liverani,
traduttrice dei
libri della Allende e docente
di Lingua e Traduzione spagnola presso l'Università
di Trento
Il compito che mi è stato affidato, quello di lodare la nostra illustre
laureanda, mi provoca emozione e al contempo imbarazzo. Ho convissuto negli
ultimi dieci anni con i libri di Isabel Allende. Posso dire che tradurre i
suoi testi sia un pezzo della mia vita, e non dei meno importanti. Ma questa
occasione solenne richiede che metta da parte la dimensione personale e che
io provi piuttosto, in poche parole, a ricordare davanti a questo pubblico,
che certamente frequenta e ama i suoi libri, le ragioni del valore della sua
opera.
Chi pratica la critica letteraria sa che i meccanismi che determinano la fortuna
di un libro e di un autore non rispondono a una formula logica e astratta.
Non è capitato spesso, infatti, nella letteratura degli ultimi decenni,
che l’alta qualità letteraria si coniugasse con un vastissimo
successo di pubblico, ma certamente i romanzi di Isabel Allende rientrano nel
novero di quelli che hanno avuto un destino così raro quanto eccezionale:
una grande scrittrice ha saputo, infatti, trovare parole nelle quali si sono
potute riconoscere ormai tre generazioni di lettori di tutto il mondo. E partendo
da questa evidenza possiamo solo provare a rispondere a due semplici, ma fondamentali,
interrogativi: di che cosa è fatta e di che cosa essenzialmente parla
l’opera di Isabel Allende.
Nel celebre saggio Metafore della vita quotidiana, Lakoff e Johnson sostengono
che, lungi dall’essere esclusivamente meri artifici retorici, le metafore
vivono ben oltre la loro sede naturale che è il linguaggio giungendo
a orientare e generare la nostra percezione dei fenomeni. Nel corso dei secoli,
la scrittura e la lettura, in quanto oggetto privilegiato di riflessione
da parte degli intellettuali, sono state certamente, tra le esperienze umane,
quelle che hanno suscitato il maggior numero di “intuizioni di un’analogia
tra cose dissimili”, per sintetizzarlo con le parole di Borges che
rileggeva Aristotele. Da qui, che sia stato coniato un numero altissimo di
immagini, comparazioni, similitudini che grazie alla loro forza evocativa
parlano al nostro immaginario di lettura e di scrittura.
. In tanta varietà, non è però difficile trovare qualche
elemento comune, l’idea fissa che tutti in diverso modo condividono e
declinano. Dai libri, scriveva Plinio il Vecchio, ci parlano le anime dei nostri
avi: e questo motivo della scrittura come cassaforte della memoria è uno
dei topoi o luoghi comuni che attraversa i secoli. Secondo Cartesio, «la
lettura dei buoni libri è una sorta di conversazione con gli spiriti
migliori del passato». Nel XVII secolo Quevedo sosteneva che la sua convivenza
con pochi dotti libri non era altro che un’ininterrotta conversazione
coi defunti, richiamati prodigiosamente in vita da un’invenzione come
quella della stampa; e, più recentemente, Augusto Monterroso, su questa
falsariga, ha osservato che la lettura non è che una conversazione e
che anche la conversazione è un’arte, un’arte educata e
tra le più necessarie.
Se volessimo cercare una cifra, un filo rosso nell’opera così varia
di Isabel Allende, un’idea portante che leghi insieme romanzi, opere
teatrali, racconti, articoli di giornale, ricette, saggi, romanzi storici,
memorie e avventure per ragazzi, credo che potremmo dire che quest’opera
ruota attorno a due assi: la letteratura come luogo della memoria e la scrittura
come partecipazione e comunione con i lettori; come occasione, cioè,
di condivisione dell’antica pratica del raccontare e come opportunità di
vivere le vite degli altri e accogliere i lettori all’interno della propria,
in un territorio di confine dalla labile demarcazione tra immaginazione e realtà.
Fino a una certa data, questi due fili, queste due anime di Isabel Allende
sembravano potersi coniugare in modo naturale e coerente nel giornalismo. I
giornali sono stati infatti, anche per lei, una sorta di passaggio obbligato
sulla strada che l’ha portata alla letteratura. Anche per lei perché in
questo Isabel Allende è simile a molti altri scrittori latinoamericani
cui è toccato vivere – come ha scritto Eduardo Galeano – in
un continente dalle vene aperte. Spesso esuli e sradicati dalla patria, in
un numero talmente alto da poter eguagliare gli abitanti della Norvegia, come
ebbe a dire García Márquez quando ricevette il premio Nobel.
Nel caso di Isabel Allende, come in quello di tanti altri suoi compatrioti,
il ‘richiamo della realtà’ ha avuto un significato e un’urgenza
che gli europei delle ultime generazioni difficilmente possono capire.
Intorno agli anni Settanta Isabel Allende iniziò così il suo
tirocinio tra la redazione di un giornale femminista, Paula, dove curava una
rubrica umoristica, e la televisione, prima donna alla conduzione di un programma,
dove si distingueva per la spregiudicatezza con cui punzecchiava la conservatrice
società cilena dell’epoca. Isabel Allende affermava così la
sua chiara coscienza sociale, partecipando intensamente di ciò che avveniva
intorno a lei, senza lasciare dubbi sulla parte da cui intendeva stare: quella
dei progressisti in antagonismo con quanti, di lì a qualche anno, avrebbero
appoggiato il golpe di Pinochet e il suo regime dittatoriale.
Fu un apprendistato umile, perfezionato giorno per giorno. Scrivere per i giornali,
parlare dalla televisione, ha significato per la Allende entrare in diretto
contatto con le persone, comunicare con loro senza mediazioni, esprimersi con
chiarezza, senza orpelli e senza tic da intellettuale, e addestrarsi a pensare
per immagini. Di questo apprendistato ‘sul campo’ resterà una
traccia davvero indelebile nella successiva produzione letteraria.
La metamorfosi di Isabel Allende, da giornalista a scrittrice, avviene in
modo imprevisto e a intuirla è il Poeta cileno per antonomasia, Pablo
Neruda, la cui fede nella celebrazione anche della sublime quotidianità ha
sempre accompagnato il fare poetico di Isabel Allende. Nel 1973, la Allende
si recò presso la sua casa di Isla Negra, ma dopo un’amabile conversazione
Neruda si rifiutò di concederle un’intervista perché riteneva
che quella giornalista mescolasse realtà e fantasia con eccessiva disinvoltura. «Lei – disse
Neruda – dev’essere la peggior giornalista di questo paese, figlia
mia. E sospetto anche che menta e che quando non ha una notizia la inventi.
Perché non si dedica a scrivere romanzi? In letteratura questi difetti
sono virtù». Ma occorse un’altra decina d’anni prima
che Isabel Allende accettasse il consiglio. E ci volle dell’altro tempo,
e due straordinari successi, come La casa degli spiriti e D’amore e ombra,
perché riconoscesse una volta per tutte la sua vocazione, e accettasse
di non essere solo una giornalista ma – come lei stessa ama definirsi – una
raccontatrice di storie, prima ancora che una scrittrice. E’ il processo,
la maturazione splendidamente descritta in un altro romanzo di poco successivo,
Eva Luna
In uno dei celebri dialoghi di Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen sosteneva
che se una persona è in grado di redigere lunghe lettere con facilità non
può scrivere male . Ed è appunto con la semplice intenzione
di scrivere una lettera al nonno agonizzante a Santiago, che Isabel Allende,
dal suo esilio in Venezuela, la sera dell’8 gennaio del 1981, inizia
a scrivere. Nel corso dei mesi la lunga lettera si trasformò in un
voluminoso manoscritto che, dopo essere stato rifiutato da molti editori,
ebbe infine la fortuna di finire sulla scrivania di Carmen Balcells, l’agente
letteraria barcellonese che ha avuto tanta parte nel successo planetario
della letteratura latinoamericana di quegli anni . Nel 1982, esattamente
venticinque anni fa, viene dunque pubblicata La casa degli spiriti, un immediato
e travolgente successo che colloca l’autrice in testa alle classifiche
di vendita in Europa, e successivamente in America Latina, e che la fa entrare
di diritto – unica donna in un universo tutto rigidamente maschile – nel
parnaso dei narratori latinoamericani, conferendole altresì il titolo
di capostipite del ‘femminismo magico’.
Il desiderio di restituire al nonno tutte le narrazioni che avevano costellato
l’infanzia e l’adolescenza e il bisogno di vincere la nostalgia
per il suo paese lontano, martoriato dalla feroce dittatura, spingono dunque
la giornalista a dipingere l’indimenticabile affresco della storia cilena
e quella splendida saga familiare, in un esercizio della memoria che è al
contempo chiave di salvazione. E’ un narratore onnisciente ad anticipare
nelle prime righe del romanzo - e a siglare in una chiusa che consegna la perfetta
circolarità dell’artificio narrativo – che “deve riscattare
la memoria del passato per sopravvivere al proprio terrore”. Dell’eccezionale
opera prima, che tanta incredulità suscitò tra critica e pubblico,
resta impressa la straordinaria galleria di donne dai nomi luminosi – Nívea,
Clara, Blanca, Alba –. Tutte affermano con determinazione e - se si pensa
all’epoca e al luogo geografico, anche con spirito eversivo - il diritto
all’autonomia e alla creatività che può arrivare, come
nel caso di Clara, forse la più memorabile delle figure del romanzo,
anche alla scelta estrema del silenzio. Quasi a ribadire che la speranza di
una migliore condizione sociale e politica per le donne latinoamericane, nutrita
da Isabel Allende, non vuole tradursi in una rivendicazione speculativa e ideologica,
ma in un’istanza che attiene alla vita.
L’aspetto più spesso messo in rilievo è stata la somiglianza
strutturale con l’archetipo allora vigente, Cent’anni di solitudine,
paragone che se pur ha collocato di diritto l’autrice all’interno
di una prestigiosa etichetta – quella del ‘realismo magico’ -
ha tuttavia rischiato di liquidare troppo frettolosamente un progetto con notevoli
elementi di originalità. Non ultimo, per seguire il corso delle nostre
riflessioni, l’avere fatto ricorso a una cornice alimentata da una polifonia
di testi soggetti a interpolazione, sulla scia del primo grande romanzo europeo,
il Don Chiscotte, nella ricerca di una verità sfuggente. Nella Casa
degli spiriti, tale ricerca di verità - storica e intima- si salda con
una peculiare strategia narrativa: la fusione delle memorie soggettive viene,
infatti, offerta da un narratore in terza persona che le organizza, seleziona
e ordina secondo un suo criterio in modo esplicito - come rivelano le frequenti
prolessi - quasi a voler garantire l’obiettività; ma tale commistione
di punti di vista non può ambire ad avere valore cronachistico, giacché,
come comprendiamo chiaramente alla fine, è Alba Trueba a ordinare gli
eventi, e chi redige non è quindi solo testimone, ma anche protagonista
di molti di essi. Se dunque il testo si configura come una sorta di autobiografia
in terza persona, la memoria da preservare è sì quella collettiva,
ma è anche quella individuale di Alba Trueba, che ricostruendo il passato
fonda se stessa.
L’atto della scrittura inizia dunque a configurarsi anche come esperienza
di ricerca di sé, quale strumento di appropriazione dell’identità,
in una sovrapposizione tra arte e autobiografia che Isabel Allende implicitamente
suggerirà, nel 1987, nell’incipit di Eva Luna: “Mi chiamo
Eva Luna, che vuol dire vita”. Ed è appunto Eva Luna a siglare
la consapevole accettazione da parte dell’autrice della sua vocazione
di scrittrice. In questo romanzo di formazione dai chiari sapori picareschi,
la Allende, quale nuova Sherazade, si identifica con la protagonista per officiare
l’antico rito della pratica del narrare cui sia le culture occidentali,
sia quelle orientali, riconoscono una chiara matrice femminile che proprio
la figura di Sherazade condensa. Come avviene nelle Mille e una notte, Eva
Luna è la vita; e racconta delle storie perché esse contengono
la vita, e perché possono preservare dalla morte. L’io narrante,
stilema che ricorrerà con una certa frequenta nei testi successivi di
Isabel Allende, non è dunque riconducibile a un semplice istinto all’autobiografismo,
pur evidente in larga parte dei suoi testi, ma rimanda, piuttosto, all’esperienza
comunitaria della fruizione del racconto orale. Isabel Allende, moderna cantastorie,
trovatrice o semplicemente raccontatrice, rivendica così per sé il
ruolo di interprete e cantore di un destino collettivo.
E’ importante insistere su questa matrice di derivazione ‘orale’,
nella narrativa di Isabel Allende. L’assenza di sperimentazione formale
(cosi’ frequente nei romanzi dei suoi contemporanei latinoamericani),
e la scarsa propensione per la cesellatura stilistica sono infatti proprio
il riflesso di una scelta consapevole: quella di interpretare la letteratura
come racconto o (come diceva Monterroso) come conversazione, al modo in cui
facevano gli antichi poeti epici. L’io che parla non racconta solo la
sua storia ma la storia di tutti, e adopera a tale scopo quella che è stata
denominata ‘la lingua del tu’.
Tale poetica, che potremmo definire della partecipazione e della condivisione,
si trova espressa al massimo grado in un libro, Paula, che sfugge a qualsiasi
categorizzazione e che si configura quale sorta di ‘memoriale del dolore’.
Ancora una volta si tratta di una lunga lettera che la madre scrive alla figlia
in coma, accanto al suo letto d’ospedale: «Ascolta, Paula, ti voglio
raccontare una storia, così quando ti sveglierai non ti sentirai tanto
sperduta». Paula non si sveglierà, il fitto intreccio di storie
non servirà a salvarla, ma raccontarle sarà invece la via di
salvezza per chi rimane: ricordare, parlare, condividere, scrivere, in un esercizio
catartico, daranno a Isabel Allende la forza per esorcizzare e venire a patti
con il terribile dolore della perdita. Un’altra grande affaulatrice,
Karen Blixen, ha scritto che «tutti i dolori sono sopportabili se li
si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi». E Paula è appunto
un diario non del presente che accade ma del passato che è accaduto:
un diario nel quale, come ha spiegato la stessa Allende, il verbo ricordare
ritrova il suo significato etimologico di ‘passare di nuovo attraverso
il cuore, cuore che per gli antichi era proprio la sede della memoria.
Isabel Allende sa che dominare lo strumento salvifico della scrittura è privilegio
di pochi. Ma sa anche che la sua esperienza – che pure sembra così terribile
da essere unica – in realtà non è unica. Il suo libro consentirà dunque
a chiunque legga di rivivere le proprie perdite, di piangere di nuovo il proprio
dolore: ed in questa condivisione, in questo transito collettivo di emozioni,
la letteratura si offre quale dono terapeutico in grado di accompagnare gli
esseri umani nell’accettazione del più grande mistero della vita.
Una letteratura profondamente partecipata, autentica e saggia, che trova il
suo contraltare nella tappa immediatamente successiva, con Afrodita, un saggio
ricco di ironiche divagazioni sul piacere che, oltre a segnare il recupero
di una rinnovata linfa creativa, rappresenta la rinascita spirituale dell’autrice
che celebra il dono della vita e invita i suoi lettori a goderne pienamente.
“Scrivere vuol dire che ti lascino piangere e ridere da solo” sosteneva
Ramón Gómez de la Serna in una greguería che Isabel Allende
probabilmente troverebbe incompleta. Forse nessuno scrittore riesce completamente
a prescindere dall’esistenza di chi fruirà i suoi testi. Pagine
e pagine di riflessioni sono state dedicate alla definizione di questo lettore
ideale, e spesso tali proiezioni sintetizzano con luminosa chiarezza il fare
poetico di chi le forgia. Per Isabel Allende, la presenza del destinatario è sempre
necessaria; il lettore è per lei “quel qualcuno con cui si sta
condividendo un’esperienza. Quella di raccontare e ascoltare, arrendendosi
al fascino e all’accettazione delle cose più incredibili, in una
relazione di fiducia”. E se esistono libri che sembrano campi magnetici
alla cui attrazione non si può sfuggire, come diceva Calvino, credo
che la calamita insita nei testi di Isabel Allende sia questo semplice, ma
ferreo, patto siglato con il lettore, e onorato con serietà: la promessa
di raccontare una storia degna di essere condivisa sul piano della comune esperienza
di vita.
E’ ancora una prima persona, un io narrante molto prossimo all’io
dell’autrice, a parlarci da altre due opere dell’ultimo periodo,
interamente consacrate al tema della memoria: il primo è Ritratto in
seppia, il seguito di La figlia della fortuna – l’affresco ottocentesco
della California durante la corsa all’oro in cui la protagonista completa
la sua formazione di ragazza vittoriana emigrando, come l’autrice, dal
Cile alla California; Questi due romanzi, insieme a La casa degli spiriti,
finiscono per comporre una sorta di trilogia della storia del Cile mai veramente
progettata. In Ritratto in seppia, attraverso la fotografia, strumento di espressione
creativa e di esercizio della memoria, né più né meno
che la letteratura, la protagonista ricompone le tessere mancanti del suo passato
e recupera la sua identità, che sarà garanzia di libertà,
tema onnipresente nell’opera di Isabel Allende: la memoria, spiega Aurora
alla fine del romanzo, «è invenzione. Selezioniamo il materiale
più brillante e quello più buio, ignorando ciò che è fonte
di vergogna, e così tessiamo il grande arazzo della nostra vita».
La memoria si fonde dunque con l’immaginazione, senza che sia ben chiaro
dove termina la prima e inizia la seconda. «Sono – dice l’Allende – come
quelle sfere d’avorio cinese, una dentro l’altra, dello stesso
materiale, ognuna indipendente, ma impossibili da separare».
In Inés dell’anima mia la protagonista si riferisce al processo
di redazione delle proprie memorie in modo del tutto simile: «In questo
racconto, scritto molti anni dopo i fatti, desidero essere il più precisa
possibile, ma la memoria, sempre capricciosa, è frutto di quanto si è vissuto
e desiderato e della fantasia. La linea che divide la realtà dall’immaginazione è un
filo molto sottile e alla mia età ciò non riveste più molta
importanza, poiché tutto è soggettivo. La memoria si tinge anche
della vanità. Ora la Morte è seduta su una seggiola accanto al
mio tavolo, in attesa, e ancora adesso ho abbastanza vanità non solo
da mettermi del belletto sulle guance quando ricevo visite, ma da voler persino
scrivere la mia storia. C’è qualcosa di più pretenzioso
di un’autobiografia?».
«
Sono Inés Suárez» recita l’incipit del libro. Così come,
vent’anni anni prima, l’autrice aveva asserito: «Sono Eva
Luna». Sono Isabel Allende, che da quella ‘stanza tutta per sé’ vagheggiata
da Virginia Woolf e ormai definitivamente conquistata, ricorda, e fa ricordare
personaggi femminili marginali o emarginati o semplicemente dimenticati,
che pure, come in questo caso, hanno svolto un ruolo determinante in eventi
storici, quali ad esempio la conquista del Cile, senza poter mai assurgere
agli onori della storia o della cronaca.
In definitiva, come poche altre scrittrici del secondo Novecento, Isabel Allende
dà voce a chi, come le donne, la voce non l’ha quasi mai avuta,
e, nell’affetto che molti lettori, e soprattutto molte lettrici donne,
le tributano, c’è, credo, anche la gratitudine per avere finalmente
trovato le parole per dire di noi quello che altri grandi scrittori [uomini]non
hanno potuto dire.
In un’occasione venne chiesto al filologo Leo Spitzer a che cosa servisse
la letteratura. Ci si poteva aspettare una lunga e dotta spiegazione, ma lui
rispose con una battuta sola: «A non essere soli». Certamente la
letteratura non esaurisce così la sua funzione, ma nessun’altra
definizione si avvicina forse alla verità quanto questa. Non essere
soli. E credo che ci siano pochi scrittori, tra i viventi, a svolgere questa
missione con la stessa serietà, dedizione e passione di Isabel Allende;
pochi libri che, come i suoi, sappiano tenerci umanamente e affettuosamente
buona compagnia. L’omaggio che oggi noi a Trento le rendiamo, invitandola
a far parte della nostra Universitas, è semplicemente un modo per ringraziarla.
Grazie per il dono di questi bellissimi libri.
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