“Ha perso il sapere del corpo e deve ricostruirlo con la mente.
Un lavoro di milioni di anni in un decennio: simulando la naturalezza, imitando
la tempestività, fingendo la immediatezza. La seconda nascita in un mondo
in cui anche noi stiamo diventando disabili.” E’ una delle tante
immagini originali con cui Giuseppe Pontiggia racconta nel suo ultimo romanzo
l’esperienza del padre di un disabile.
“ Nati due volte” è un titolo che per molte settimane, nel
2001, è stato in testa alla classifica italiana dei libri di narrativa
e ha incontrato subito l’interesse di editori stranieri. Un po’ a
sorpresa, per lo stesso autore, perché pochi immaginavano che il tema
del libro, un racconto scritto in prima persona, con capitoli quasi indipendenti
uno dall’altro e un largo spazio a dialoghi essenziali, si potesse imporre
così tra il grande pubblico.
A 65 anni (la sua opera prima, “La morte in banca”, è del
1959) Pontiggia ha trovato con questo libro un successo di pubblico che non aveva
mai incontrato con le altre sue opere, nonostante i riconoscimenti ottenuti con
altri libri, come il Premio Strega 1989 con “La grande sera” e il
Super Flaiano del ’94 (“Vite di uomini non illustri”).
Quando l’abbiamo incontrato nella sua casa di Milano continuava a manifestare
piacere e sorpresa per la riuscita di questo lavoro, maturato in un periodo tanto
lungo per raffinare l’esperienza diretta, per distillarla fino a renderla
di tutti.
Cordiale, gentilissimo, disponibile a spiegare il senso di quel passaggio dalla
vita alla letteratura. Quella letteratura che invadeva tutta la sua casa, con
centinaia di libri di cui era difficile indovinare un ordine che certamente esisteva.