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Reportage
26 Marzo 2007
Saharawi. Un popolo nel deserto.
Il ritorno a Tifariti
di Riccardo Frugone
Hillary Clinton
Donne saharawi

Il nostro reportage parte dalla scuola elementare del campo profughi saharawi 27 febrero. Uno dei quattro grandi campi profughi in cui vivono i profughi del Sahara Occidentale, ex Sahara spagnolo.


Questi bambini sono nati e cresciuti in questo angolo sperduto del mondo nel deserto algerino, a qualche centinaia di chilometri dalla loro terra di origine. Crescendo gli verrà spiegato il perché, impareranno la storia del loro popolo costretto ad un esodo di massa negli anni ‘70 quando il Marocco invase con le sue truppe il paese che si stava preparando a proclamare l'indipendenza dalla Spagna ex potenza coloniale.

Più di duecentomila persone vivono oggi in questo territorio arido a una decina di chilometri da Tindouf, su un altopiano desertico, la Hammada, qui di giorno la temperatura può arrivare a 50 gradi, la notte scendere fino allo zero.

Una vita precaria, originata da una situazione di emergenza, che è finita negli anni col diventare stabile. Ma i Saharawi si sono adattati a queste dure condizioni solo perché credono nel ritorno allo propria terra che infine gli sarà restituita.

 

Il diritto al ritorno
Il diritto al ritorno è celebrato ogni anno il 27 febbraio, nella data in cui oltre trenta anni fa fu proclamata la RASD, la Repubblica Araba Democratica Saharawi, quel giorno è diventato la vera festa nazionale di un popolo di rifugiati: la sede della celebrazioni è Tifariti a circa 400 chilometri dai campi profughi di Tindouf. Per raggiungere quell' avamposto nella sabbia si mettono in marcia a migliaia. Una carovana di centinaia di fuoristrada, il viaggio da Tindouf a tifariti dura un'intera giornata.

Durante una delle soste del viaggio ci avviciniamo al muro costruito dal Marocco per impedire le incursioni dei saharawi. Un muro fortificato lungo 2400 km. circondato da campi minati e presidiato da oltre 130.000 militari. Da lontano i soldati marocchini di guardia ci osservano mentre il nostro accompagnatore ci fornisce dettagli e ci spiega il punto di vista dei saharawi che lo chiamano “il muro della vergogna”.
Una barriera costruita a più riprese a partire dagli anni ‘80 che divide il sahara in due, e non solo metaforicamente, Ci sono famiglie e parenti che non hanno più potuto incontrarsi da oltre 30 anni. Poi c’è il grande pericolo per la popolazione civile per il grande numero di mine disseminate intorno al muro. Si parla da cinque a sette milioni di mine che continuano a fare vittime.

Così ostaggio di una complessa controversia internazionale il popolo saharawi in esilio si mobilita per mandare un segnale al mondo e per ricordare a tutti di avere subito il peggiore dei torti: essere cacciati dalla propria terra.


La porta di Tifariti
La porta di Tifariti nei territori liberati, il simbolo della nazione che nn c'è: qui si è combattuto duramente per sedici anni. Nasser Duà, il nostro autista, ha fatto la guerra proprio in questi posti e ci racconta della violenza degli scontri e del coraggio dei suoi compagni del fronte polisario. Migliaia i caduti per riconquistare quella striscia di deserto che ora rappresenta il sogno di un futuro stato indipendente.

E' il momento più importante per l'identità di un popolo in esilio.
Ogni anno, ne sono già passati 31, si celebra la proclamazione della RASD la Repubblica Araba Saharawi Democratica. Sono presenti le massime cariche del governo in esilio, a partire dal presidente Abdelaziz.
Il passato recente è quello di un popolo di combattenti. Per sedici anni hanno fatto la guerra all'esercito marocchino, diecimila uomini contro un esercito di centinai di migliaia e con molti mezzi. messo spesso in grossa difficoltà da chi conosceva meglio il territorio e lottava per difendere i propri diritti. Poi il cessate il fuoco del 91 e da allora si aspetta che le promesse della comunità internazionale abbiano seguito. Che si tenga al piu' presto il referendum per l'autoderminazione come previsto da una risoluzione delle nazioni unite.

Dal cessate il fuoco sono passati anni, la campagna di sminamento durerà a lungo, ma le armi continuano a fare vittime a oltre 16anni dal cessate il fuoco.
Milioni di mine antiuomo seminate tra la sabbia costituiscono un grosso ostacolo perchè questo territorio torni vivibile.
il fronte polisario in segno di adesione al trattato di Ottawa per la messa al bando di questi ordigni ha distrutto sotto la supervisione delle forze onu 3200 mine in suo possesso.

Una guerra che i più giovani hanno vissuto nei racconti degli anziani e che sembra dimenticata dalla comunità internazionale . Per questo molti di loro, una generazione cresciuta in esilio, prigionieria di questo stallo, vorrebbero prendere le armi e far sentire la propria voce. Una situazione che per loro è diventata insostenibile.