Saharawi. Un popolo nel deserto.
Il ritorno a
Tifariti
Il nostro reportage parte dalla scuola elementare del campo
profughi saharawi 27 febrero. Uno dei quattro grandi campi profughi
in cui
vivono i profughi del Sahara Occidentale, ex Sahara spagnolo.
Questi
bambini sono nati e cresciuti in questo angolo sperduto del mondo
nel deserto algerino, a qualche centinaia di chilometri dalla loro
terra di origine. Crescendo gli verrà spiegato il perché,
impareranno la storia del loro popolo costretto ad un esodo di massa
negli anni ‘70 quando il Marocco invase con le sue truppe
il paese che si stava preparando a proclamare l'indipendenza dalla
Spagna
ex potenza coloniale.
Più di duecentomila persone vivono oggi in questo territorio
arido a una decina di chilometri da Tindouf, su un altopiano desertico,
la Hammada, qui di giorno la temperatura può arrivare a 50
gradi, la notte scendere fino allo zero.
Una vita precaria, originata da una situazione di emergenza, che è finita
negli anni col diventare stabile. Ma i Saharawi si sono adattati
a queste dure condizioni solo perché credono nel ritorno allo
propria terra che infine gli sarà restituita.
Il diritto al ritorno
Il diritto al ritorno è celebrato ogni anno il 27 febbraio,
nella data in cui oltre trenta anni fa fu proclamata la RASD, la
Repubblica Araba Democratica Saharawi, quel giorno è diventato
la vera festa nazionale di un popolo di rifugiati: la sede della
celebrazioni è Tifariti a circa 400 chilometri dai campi profughi
di Tindouf. Per raggiungere quell' avamposto nella sabbia si mettono
in marcia a migliaia. Una carovana di centinaia di fuoristrada, il
viaggio da Tindouf a tifariti dura un'intera giornata.
Durante una delle soste del viaggio ci avviciniamo al muro costruito
dal Marocco per impedire le incursioni dei saharawi. Un muro fortificato
lungo 2400 km. circondato da campi minati e presidiato da oltre 130.000
militari. Da lontano i soldati marocchini di guardia ci osservano
mentre il nostro accompagnatore ci fornisce dettagli e ci spiega
il punto di vista dei saharawi che lo chiamano “il muro della
vergogna”.
Una barriera costruita a più riprese a partire dagli anni ‘80
che divide il sahara in due, e non solo metaforicamente, Ci sono
famiglie e parenti che non hanno più potuto incontrarsi da
oltre 30 anni. Poi c’è il grande pericolo per la popolazione
civile per il grande numero di mine disseminate intorno al muro.
Si parla da cinque a sette milioni di mine che continuano a fare
vittime.
Così ostaggio di una complessa controversia internazionale
il popolo saharawi in esilio si mobilita per mandare un segnale al
mondo e per ricordare a tutti di avere subito il peggiore dei torti:
essere cacciati dalla propria terra.
La porta di Tifariti
La porta di Tifariti nei territori
liberati, il simbolo della nazione che nn c'è: qui si è combattuto duramente per sedici
anni. Nasser Duà, il nostro autista, ha fatto la guerra
proprio in questi posti e ci racconta della violenza degli scontri
e del
coraggio dei suoi compagni del fronte polisario. Migliaia i caduti
per riconquistare quella striscia di deserto che ora rappresenta
il sogno di un futuro stato indipendente.
E' il momento più importante per l'identità di un
popolo in esilio.
Ogni anno, ne sono già passati 31, si celebra la proclamazione
della RASD la Repubblica Araba Saharawi Democratica. Sono presenti
le massime cariche del governo in esilio, a partire dal presidente
Abdelaziz.
Il passato recente è quello di un popolo di combattenti. Per
sedici anni hanno fatto la guerra all'esercito marocchino, diecimila
uomini contro un esercito di centinai di migliaia e con molti mezzi.
messo spesso in grossa difficoltà da chi conosceva meglio
il territorio e lottava per difendere i propri diritti. Poi il cessate
il fuoco del 91 e da allora si aspetta che le promesse della comunità internazionale
abbiano seguito. Che si tenga al piu' presto il referendum per l'autoderminazione
come previsto da una risoluzione delle nazioni unite.
Dal cessate il fuoco sono passati anni, la campagna di sminamento
durerà a lungo, ma le armi continuano a fare vittime a oltre
16anni dal cessate il fuoco.
Milioni di mine antiuomo seminate tra la sabbia costituiscono un
grosso ostacolo perchè questo territorio torni vivibile.
il fronte polisario in segno di adesione al trattato di Ottawa per
la messa al bando di questi ordigni ha distrutto sotto la supervisione
delle forze onu 3200 mine in suo possesso.
Una guerra che i più giovani hanno vissuto nei racconti degli
anziani e che sembra dimenticata dalla comunità internazionale
. Per questo molti di loro, una generazione cresciuta in esilio,
prigionieria di questo stallo, vorrebbero prendere le armi e far
sentire la propria voce. Una situazione che per loro è diventata
insostenibile.